28 novembre 2008

SUDAFRICA


Un viaggio unico alla scoperta dei molteplici paesaggi nella punta meridionale del  continente africano



Ogni viaggio, o per lo meno i nostri, prendono forma l’anno prima, durante o al ritorno da un altra meta. E’ stato così che negli Stati Uniti, quando i geyser dello Yellowstone stavano ancora sputando il loro penetrante odor di zolfo, già pensavamo all’Africa. Diversi viaggi in Sudamerica e il costante desiderio di andar lontano almeno una volta all’anno ci hanno spinti ad aprire la cartina del continente africano. Consigliati da un amico che ormai l’ha calpestata in lungo e in largo abbiamo optato per il Sudafrica, forse più europeo che africano, ma di sicuro una nazione che ti permette di avvicinarti con delicatezza alle meraviglie ed agli orrori del grande continente.


      
               L’idea, pian piano, prende forma: a casa, davanti al computer, cominciamo a sbirciare a destra e a sinistra, a progettare itinerari, a consultare guide, a leggere commenti e consigli. Nuove immagini, ancora sfocate paiono apparire all’orizzonte. Rimane costante però la nostra intenzione di prenotare solo il volo aereo e vivere sul posto il nostro viaggio, giorno per giorno, facendoci guidare ed aiutare dall’istinto, dai profumi, dalle paure e spesso anche dagli errori.



E si parte…


               Consapevoli che quello che ci attrae maggiormente sono soprattutto le bellezze naturali non disdegniamo comunque una visita a Cape Town, una città ordinata dove le architetture coloniali si fondono senza un eccessivo contrasto con le costruzioni moderne, una città con sembianze più europee che africane. Cape Town rimane tutt’oggi un simbolo del nuovo Sudafrica, ossia della fine dell’Apartheid: dal balcone del municipio Nelson Mandela nel 1990, dopo 27 anni di carcere, pronunciò il suo primo discorso pubblico annunciando l’inizio di una nuova era per il paese.



               Dopo una mezza giornata spesa a girovagare per le vie affollatissime della città ci sentiamo come “calamitati” verso gli spazi aperti, che come avremo modo di constatare durante il viaggio, rappresentano il tesoro del Sudafrica. E il primo assaggio lo gustiamo percorrendo la Cape Peninsula: chilometri di coste incontaminate dove l’oceano in burrasca sembra voler comunicare un incontro, quello tra Atlantico e Pacifico che si concretizza nel Capo di Buona Speranza: non ci sono evidenti segni che mostrano le acque di due mari che si incontrano, uno scherzo giocato dai confini che l’uomo ha creato per “catalogare” il pianeta.




               La regione che si estende da nord di Cape Town verso est è conosciuta come Cape Winelands, magnifica area coltivata a vite dove viene prodotto il miglior vino del paese, esportato con successo in tutto il mondo. Molto simile alla nostra Toscana questa terra è un giardino curatissimo, spartito tra le varie aziende vinicole. Già in questa zona cominciamo a farci un’idea della netta differenza tra bianchi e neri in Sudafrica: i primi, nelle Winelands come nel resto del paese, sono detentori del potere economico, sono proprietari delle tenute e sono i datori di lavoro di tutti i neri della zona. Forse quello che è cambiato con la “dichiarata” fine dell’Apartheid è solo (ma non poco) una maggior tutela dei loro diritti. Durante il nostro viaggio abbiamo più volte avuto modo di constatare che i ritmi di lavoro non sono assolutamente esasperati; per un lavoro dove potrebbero essere impiegate 2 o 3 unità vengono in realtà coinvolte una decina di persone: il lavoro viene suddiviso equamente tra tutta la popolazione, poco o tanto che sia.



               Ritorniamo nuovamente sulla costa e come se ci fossimo dimenticati che le stagioni sono capovolte rispetto all'Europa, ci aspetta un vento glaciale e un mare in burrasca. Nessuno crederebbe di essere in Sudafrica con pile e giaccavento ma il clima con l’inizio della primavera, soprattutto sulla costa meridionale, è piuttosto rigido. Trascorriamo un paio di giorni percorrendo la famosa Garden Route che si estende lungo la costa da Mossel Bay fin quasi a Port Elizabeth: la vista è spesso suprema e lungo il percorso ci sono diversi parchi naturali dove è possibile praticare trekking. Visitiamo i parchi Wilderness e Tsitsikamma girovagando nelle fitte foreste che si estendono per centinaia di chilometri fino ad affacciarsi prepotenti sull'Oceano Indiano, a volte protetti da scogli verticali che contrastano a fatica la forza del mare. Nel Tsitsikamma National Park affittiamo per due giorni un'Oceanetta, ossia un villino costruito in prossimità di un grosso scoglio ed affacciato direttamente sull'oceano. Dalla terrazza la forza del mare toglie il respiro: le onde dell'oceano vanno a scontrarsi con le pareti verticali degli scogli alzando muri d'acqua tra i dieci e i venti o trenta metri, a seconda dell'intensità delle maree. La sera il rumore delle onde, fortissimo, è la migliore ninna nanna che si possa ascoltare. Suggestivo, incredibile e perché no, romantico!


              Lasciamo la splendida Graden Route e in aereo raggiungiamo la città di Durban, situata lungo la costa mille chilometri ad est di Port Elizaberth. Affittata nuovamente un'auto ci dirigiamo quindi verso l'attesissima regione montuosa del uKhahlamba-Drakensberg situata nella zona nord dello Kwazulu Natal. E' vero che nelle Alpi si possono trovare paesaggi straordinari ma il nostro amore per le montagne ci spinge a cercare questi terreni anche lontano da casa, anche solo per poterne ammirare le differenze o le caratteristiche contrastanti. I parchi del Cathedral Peak, Giant’s Castle e Royal Natal sono stati creati per proteggere cime e valli selvagge poste ad una quota media attorno ai 1500/2000 metri con punte massime vicino ai 3000 metri. La terra rossa e la vegetazione completamente diversa rispetto alle Alpi, oltre che le strane forme dei massi e delle pareti che si incontrano lungo i sentieri, rendono il paesaggio particolarmente suggestivo. Questa regione caratterizzata da scarpate basaltiche e vette montuose è stata anche dichiarata Patrimonio dell’Umanità nel 2000. Rimaniamo un'intera settimana in questa zona girovagando anche per sette o otto ore al giorno lungo i percorsi ben segnalati presenti nei parchi. La sera alloggiamo nelle abitazioni costruite mantenendo uno stile tradizionale: in realtà si tratta di costruzioni moderne, bellissime, con il tetto tradizionale in paglia e composte solitamente da un salone con angolo cottura, camera spaziosa, bagno e giardino: un lusso rispetto alla solita tenda...



               Ci spostiamo con dispiacere dal Drakensberg consapevoli però che ci aspetta la parte più emozionante del viaggio: ci dirigiamo infatti verso le riserve nazionali che proteggono migliaia di animali. Una settimana fantastica che se raccontata o vista in fotografia non sarai mai sufficiente a spiegare l'emozione che si prova incontrando una leonessa che attraversa pacificamente la strada che stai percorrendo, o scovando dopo ore di attesa un rinoceronte o un bufalo che pascolano nella savana. Le dita tremano sul pulsante di scatto della macchina fotografica e il sudore cola dalla fronte non solo per il calore dell'aria ma soprattutto per i brividi di emozione che percorrono, come una scossa, tutto il corpo.

Visitiamo prima l’Hluhluwe-Imfolozi Park di dimensioni ridotte rispetto al famoso Kruger ma con un’altissima presenza di animali, tra i quali merita un posto d’onore il bellissimo rinoceronte bianco, uno dei cosidetti “big five” (insieme a: leone, leopardo, elefante bufalo).

Conosciuto in tutto il mondo come grande centro di conservazione e ricerca, il Kruger National Park, rappresenta uno dei parchi più grandi al mondo dove vengono protette diverse specie animali. Dalla mattina alla sera percorriamo in automobile le strade sterrate che attraversano la savana: velocità ridotta, sempre in allerta e macchina fotografica tra le mani. Tantissimi gli animali: dai numerosi impala, elefanti, giraffe e zebre ai rari leoni, bufali o rinoceronti.



               Un discorso a parte riguarda la popolazione sudafricana. Appare netta, e più volte abbiamo avuto modo di constatarlo, la differenza che ancora oggi esiste tra bianchi e neri. Il governo sta tentando di cancellare gli orrori del passato ed alcuni segni, seppur piccoli ma visibili, ne sono la testimonianza concreta: nelle periferie delle grandi città, ad esempio, capita spesso di vedere grandi aree dove vengono edificate dignitose abitazioni destinate a sostituire quelle impressionanti baraccopoli che come in tutte le città povere si trovano sempre vicino a quartieri ricchissimi. E’ però evidente come sia mal distribuita la ricchezza nel paese. I neri, seppur detentori ormai da anni del potere governativo, non riescono comunque ancora a riscattare la loro inferiorità sociale ed economica.

Ma come accade in tutto il mondo, anche qui, lo sguardo fulmineo di un bimbo tradisce ogni realtà: un sorriso incorniciato in un viso di pelle nera riesce solo a trasmetterti pace e serenità. Peccato che sia solo un’illusione!



LA SCHEDA


Visitare il Sudafrica non è pericoloso e nemmeno difficile. Dall’Italia non esistono compagnie che effettuano voli diretti verso questa destinazione, ma sono moltissime le compagnie europee che servono le due città principali: Cape Town e Johannesburg. E’ consigliabile prenotare un volo con partenza da Cape Town e ritorno da Johannesburg o viceversa in modo da compiere un’attraversata delle zone più interessanti. Noi abbiamo affittato un’auto prima a Cape Town, e dopo il trasferimento aereo da Port Elisabeth fino a Durban,  presso l’aeroporto di quest’ultima.

Le strade sono quasi sempre ben tenute anche se sono asfaltate solo quelle principali o le autostrade. Bisogna comunque fare attenzione alle buche presenti su alcune strade all’apparenza “innocue” . Per percorrere quelle sterrate è vivamente consigliabile un 4X4. E’ invece inopportuno viaggiare di notte in quanto le strade non sono assolutamente illuminate e gli automobilisti locali sfrecciano pericolosamente a velocità inaudite. In Sudafrica, dopo l’AIDS, gli incidenti stradali rappresentano la causa maggiore di decesso.

Si possono trovare lungo il percorso sia ristoranti che supermercati organizzatissimi dove si possono acquistare tutti gli ingredienti necessari per cucinare autonomamente. E’ facile poi trovare sistemazioni “self catering” che solitamente mettono a disposizione delle cucine attrezzatissime, con frigorifero, microonde e tutto il necessario per cucinare.

E’ possibile acquistare un pass che permette un accesso illimitato ai parchi nazionali del paese ma il fatto che sia conveniente o meno dipende dal percorso che intendete seguire.





15 aprile 2008

REGINE DEL FREE CLIMBING

Qui di seguito troverete l’articolo pubblicato sul numero di Marzo-Aprile di Prealpi Orobiche, quotidiano dedicato agli sport legati al mondo della montagna nelle valli lombarde.







Regine del Free Climb


Alla scoperta dell’arrampicata sportiva al femminile                



E’ il 19 settembre del 1994. Non è ancora molto diffuso internet e la notizia arriva in Italia con calma, ma fa scalpore: Lynn Hill, arrampicatrice americana, già nota nell’ambiente del free climbing, scala in arrampicata libera la maestosa via del Nose sul Capitan, una parete di quasi mille metri nel Parco statunitense dello Yosemite, e con difficoltà estreme. Un’impresa che lascia a bocca aperta tutti e non solo perché è una donna l’autrice di questa realizzazione ma soprattutto perché nessun uomo prima di lei ne era stato capace. Lynn Hill e la francese Catherine Destivelle riescono per la prima volta a trasferire su grandi pareti la loro esperienza di arrampicatrici sportive. Entrambe cominciano la loro carriera sulla roccia, partecipano poi con grande entusiasmo alle prime gare di arrampicata sportiva e continuano la loro esperienza visitando senza sosta i più importanti ed i più remoti siti di scalata del mondo.

L’evoluzione dell’allenamento mette in mostra nuove atlete, a dimostrazione del fatto che l’arrampicata è uno sport in pieno sviluppo. La basca Josune Bereziartu, negli ultimi dieci anni è senza dubbio la donna che più di tutte ha aperto le porte verso un futuro ricco di sorprese: 9a+ lavorato e 8b+ a vista sono numeri importanti, vicinissimi alle più importanti realizzazioni maschili e che dimostrano quanto sia in evoluzione questo sport.



I due racconti che seguono, di Gloria Gelmi e Laura Scandelli, dimostrano che neppure le arrampicatrici orobiche se ne stanno con le mani in tasca. Dalle loro parole si comprende che può esserci anche uno stile di arrampicata che non mira solo alla prestazione, ma piuttosto permette di conoscere luoghi e persone altrimenti invisibili.



Gloria Gelmi si racconta


Io non sono un’alpinista famosa, non ho fatto grandi imprese, non ho mai aperto vie difficili. E forse non sono neanche un’alpinista.

Sono una dei tanti che hanno passato una buona parte della propria vita a stringere dei pezzi di roccia tra le dita, a litigare con la forza di gravità: in montagna, in falesia, al mare… E, come molti, mi sono chiesta perché dedicare tanto tempo ed energie a qualcosa di inutile, sottraendole ad altre cose forse più importanti.

Io non vengo nemmeno da una famiglia di alpinisti, ma ho iniziato ad andare in montagna a 13 anni, per una sorta di attrazione fatale, con il CAI del paese in cui vivevo. Ciò che desideravo di più, però, era arrampicare, e per quello la mia Sottosezione non poteva offrirmi abbastanza.

Così, a 15 anni ho preso la mia strada, da autodidatta. Iniziando a scalare tutto ciò che era scalabile: i muri di casa mia, sotto lo sguardo perplesso dei vicini, i sassi della Val di Mello, gli scogli della Sardegna. Con i compagni di cordata più disparati, sempre alla ricerca di gente con cui arrampicare. Salendo alcune delle vie famose che “bisognava” fare, per aggiungere dei pezzi alla collezione.

Con la scusa dell’arrampicata ho girato il mondo, ho visto tanti modi diversi di scalare, ho conosciuto tanta gente. Ho salito migliaia di monotiri in falesia e qualche centinaio di vie di più tiri: ma quante altre ne avrei potute salire se solo avessi avuto i compagni giusti al momento giusto, perché idee e voglia non mi mancavano!

Nel 1984, a Grimsel (Svizzera), partecipai per la prima volta ad un raduno del movimento internazionale di alpiniste Rendez-Vous Hautes Montagnes (RHM). E scoprii con piacere che c’erano decine, centinaia di donne come me, di ogni età e di tante nazioni. Anche da noi ci sono tante alpiniste ed arrampicatrici, a volte molto brave, ma è raro incontrare cordate femminili: spesso le donne in montagna o in falesia sembrano lì più per accompagnare un uomo che per seguire una propria passione. Ancora oggi, mi sembra che continui a mancare quel senso di autonomia che vedo invece diffuso all’estero: forse è un problema culturale tipicamente italiano, e potremmo estendere il discorso ad altri campi… Comunque sia, per me il RHM ha rappresentato moltissimo: da allora ho partecipato quasi ogni anno ai suoi meeting – organizzandone anche un paio nel nostro paese - e dal ’99 ne sono la delegata per l’Italia.

Io sono un’alpinista dilettante: considero l’arrampicata uno dei piaceri della vita e spero che lo possa rimanere a lungo. Il mio lavoro è stato per molti anni occuparmi di ambiente, come funzionario della Provincia di Bergamo, ed ora sono il Mobility Manager di quest’Ente. Ma l’alpinismo e l’arrampicata hanno sempre avuto un posto importante nella mia vita, sfuggendo al ruolo di semplice hobby ed andando a caratterizzare altre mie esperienze. Così, la mia tesi sperimentale di laurea in Scienze Naturali - dedicata alla flora rupicola della Presolana - rappresentò

un connubio tra arrampicata e botanica. E poi ci furono le gare di arrampicata, l’esperienza dell’insegnamento (diventai istruttrice FIAR nel 2001), i racconti ispirati al mondo della montagna con qualche riconoscimento al premio di narrativa “Carlo Mauri”.

Certo, i risultati sono importanti, ma per me il “come” si arrampica lo è altrettanto. Ho praticato diversi sport – in particolare il judo, per molti anni – e sempre mi ha affascinato la tecnica, lo stile, l’eleganza del movimento, il modo per ottenere un gesto atletico meno faticoso e più efficace. Anche nell’arrampicata ho voluto approfondire questi aspetti, cercando un’armonia tra roccia, corpo e mente e volendola collocare nel contesto più ampio del mio modo di vivere. Tecnica efficiente e riduzione dell’impatto ambientale dell’arrampicata, infatti, sono i due elementi caratterizzanti l’associazione sportiva “Climbing for Women”, che qualche anno fa costituii proprio per diffondere questi messaggi.

Fin da quando ero bambina, le problematiche ambientali e le strategie per un futuro sostenibile sono state una mia passione, divenendo poi anche la mia professione. E vedo la difficoltà di conciliare gli sport in montagna con uno stile di vita eco-compatibile. Vedo gli aspetti consumistici e distruttivi di queste attività, come pure le contraddizioni di noi alpinisti, che vorremmo sfuggire ad una società alienante e ne ricreiamo i meccanismi nel nostro piccolo mondo egoistico.

Perciò, cerco di fare la mia parte. E dopo 28 anni di arrampicata continuo ad amarla, e spero di poter andare oltre il 7b “a vista” e il 7c+ “lavorato” cui sono arrivata, perché questo – per fortuna – è uno sport “geriatrico” in cui la forza da sola non basta e l’esperienza conta qualcosa. Ma so anche che mi piace fare altre cose, come suonare la chitarra o andare a camminare o correre sui monti sopra casa (abito a Gandino), e che non riesco a passare le ore tirando prese artificiali su un pannello, perché provo molto più gusto a scalare in mezzo alla natura. Tutto ciò va a discapito dei potenziali risultati, ma ho anche capito che una via in più o in meno non ti cambia la vita. Perché è più importante riuscire a vivere con consapevolezza ogni momento, a stare bene con se stessi e con gli altri, a lasciarsi alle spalle impronte poco profonde su questo pianeta malridotto. Questa è la via più difficile che possiamo tentare, ed io non sono ancora riuscita a salirla. Ma mi sto allenando per farlo.     




Laura Scandelli si racconta


Tutto iniziò nella primavera 1999, quando io, Laura Scandelli, nata a Romano di Lombardia nel 1973, all’età di 26 anni, decisi di fare un corso presso il CAI di Bergamo per arrampicata su cascate di ghiaccio.

Sino ad allora la mia attività si era sviluppata tra tornei di pallavolo e sport a livello amatoriale come il nuoto, la corsa, lo sci, le camminate in montagna e un po’ d’alpinismo fatto salendo alcune pareti nord delle Alpi come quelle del Brenta e del Ciarforon (nel massiccio del Gran Paradiso), e altre vette lungo vie normali come il Pizzo Palù, il Breithorn, la Presanella e più avanti ( già nel 2002) il Monte Rosa, Il Pasquale (per la Nord), l’ Urus (5500 metri di quota; montagna della Cordillera Blanca in Perù) e il tentativo non riuscito all’ Alpamayo (6000 metri di quota; sempre in Perù). Belle esperienze, nulla di particolarmente estremo, che mi hanno regalato emozioni e nuovi entusiasmi.

Fu nello stesso anno 1999 che conobbi l’ uomo capace di trasmettermi un’ intensa passione per l’ arrampicata, Bruno: un vero guerriero in campo, con una energia oltre ogni misura. Con lui intrapresi il lungo e irto cammino verso orizzonti sempre nuovi, ingaggianti, diversi. Sì, perché se in te c’è un fuoco che brucia, se i tuoi giorni hanno significato quando la lotta è una prova con te stessa, se la gioia scaturisce dal sentire, in quelle salite, tutta l’energia, la caparbietà, la paura, ma anche e soprattutto l’armonia di un corpo che danza, di un pensiero che vola, allora puoi e devi arrampicare. E’ difficile descrivere quante emozioni in pochi istanti possono fluire in noi. L’arrampicata mi ha obbligato ad un confronto, quello con la paura del vuoto, del volo, della non riuscita, ma infine mi ha donato la capacità di parlare con la parte più nascosta del mio essere. Così con il mio trasferimento a Trescore Balneario, dove abito attualmente, si consolidò il fantastico rapporto con questa disciplina sportiva. Arrampicare divenne per noi uno stile di vita. Trascorrevamo le giornate di tempo libero ai piedi delle pareti con il cuore ricco di gioia, sorpresa e ricerca. L’amore così coinvolgente e maturo si tradusse anche nelle arrampicate di vie multipich a carattere sportivo; ricordo con commozione quando salimmo in libera la via “ Mediterraneo” alla Punta Giradili in Sardegna: l’essere sospesi 300 metri sopra il mare ci trasmetteva tutta l’ intensità di un momento veramente unico, speciale, totalizzante. Questo continuo errare nella novità fu da sempre fonte di grande motivazione per me. Ad oggi, all’ età di 34 anni sono felice per aver salito negli ultimi 4 anni, sopra il grado sette, circa 130 vie on sight e 225 vie lavorate sino al 7b+, 4 vie lavorate di 7c e concludendo con l’ultima realizzazione di 8a. Il giorno che arrivai in catena a questa lunghezza, non riuscii a trattenere il pianto perché mai mi sarei immaginata di potercela fare. Era un bel sogno, ma da sempre lontano. Al di là dei numeri più o meno significativi credo che il fondamento di tutto sia provare ad oltrepassare i propri limiti, investire per un ideale e condividere con amici la bellezza di luoghi magici nei loro profumi, nella loro storia, nella loro cultura. L’ unione con gli altri ci regala la possibilità di rapporti sempre importanti per quanto anche solo un gesto, un sorriso, una parola possono arricchire la nostra vita. Ciò che è natura, in realtà è la nostra origine e forse per questo ne deriva un’irresistibile attrazione. Progetti futuri non ne ho se non la convinzione di dare sempre il massimo. Ringrazio in maniera particolare il mio compagno Bruno che condivide con me ogni difficoltà ed ogni felicità, e la mia famiglia che ha contribuito in maniera essenziale a trasmettermi serietà, profondità e serenità.

24 marzo 2008

CHARAMAIO EN VAL MAIRO


 

Nevica in Val Maira. La guida scialpinistica di Bruno Rosano è innanzitutto una prestigiosa raccolta fotografica: vette, canali, colli e valloni candidamente innevati sono raccolti pagina per pagina con lo scopo di trasmettere la passione e l’amore per le montagne dietro casa.

Per noi invece la Val Maira non è proprio a portata di mano ma qualche ora in più di macchina passano in secondo piano e vengono presto dimenticate quando la polvere bianca massaggia le caviglie. Forse la “powder champagne” non c’è solo in Canada...

Questa zona è molto famosa per lo scialpinismo e frequentata da moltissimi appassionati. E’ possibile affrontare itinerari per ogni gusto, dalle gite semplici e battute a quelle più selvagge ed impegnative, dalle traversate di ampio respiro ai canali adatti allo sci ripido.







La Val Maira si trova in Piemonte e si raggiunge da Cuneo, proseguendo in direzione di Dronero.

Noi abbiamo alloggiato presso l’agriturismo Mistral presso la Borgata Ponte Maira di Acceglio, con cucina occitana ed un caloroso trattamento “familiare”.

Il libro di Bruno Rosano “Charamaio en Val Mairo – Nevica in Val Maira” si può acquistare in internet sul sito www.librerialamontagna.it oppure in gran parte degli esercizi pubblici della valle.


7 febbraio 2008

ROCCE DEL CENTRO



Le piogge incessanti che tutte le previsioni del weekend annunciano cancellano i nostri progetti. Il Verdon sarà per un’altra volta, ma ora vogliamo comunque sfruttare questi tre o quattro giorni di libertà per andare ad arrampicare da qualche parte.

L’idea del centro Italia, che conosciamo poco, ma sappiamo essere ricco di falesie, pareti e borghi affascinanti, diventa senza indugio la meta della nostra Fuga.

Tre giorni di vita spartana a base di roccia, mare e fantastiche mozzarelle di bufala. Il tempo è dalla nostra parte e solo di notte sembra cancellare i nostri progetti per il giorno successivo.

Dalla falesia del Gabbio a Ferentillo, in provincia di Terni, fino alle pareti di Sperlonga vicino alla rinomata cittadina di Gaeta, e per concludere la parete del Monte Circeo a picco sul mare!

E ancora mozzarella, salamino affumicato, Montepulciano e olive di Gaeta. Niente male!





25 dicembre 2007

VUOTO

Tutto quello che mi passa per la testa sembra banale.

Per colmare il vuoto che lascia la morte di un amico

dovrebbe servire soltanto il silenzio, la riflessione.

Ma sono sicuro che Il Bruno si Incazzerebbe!

Il suo dinamismo, i suoi eccessi, la sua carica,

ci hanno tenuto spesso compagnia.

Forse gli piaceva il silenzio dei monti,

ma in compagnia amava fare Casino.


Aveva fiducia nei giovani.

Mi chiamava Damocle,

e per tutti c’era un soprannome.

“Allenarsi”, ci diceva!

E la sento ancora la sua voce rauca che sale dal bosco.


Quando ho cominciato a frequentare Cornalba

per me Il Camos era un mito:

racconti, leggende e scritti mi hanno ispirato,

sono stati stimolo per gli allenamenti.

Quando ho avuto modo di conoscerlo

ho scoperto una persona fuori dalle righe,

sprintosa ed incredibilmente giovane,

nonostante i quasi cinquant’anni,

ed un passato non proprio regolarissimo...


Io Il Bruno non lo conoscevo bene.

Chissà quanti avranno molto da dire più di me e lo terranno dentro.


Con il Bruno, come con altre persone,

ho trascorso momenti felici e giornate piacevoli.

Rispetto ad altri, però, Il Camos mi ha ispirato

e continuerà ad essere un punto di riferimento per il nostro sport.


A volte ho condannato alcune sue scelte,

alcuni suoi comportamenti,

e mi rammarico veramente di non aver fatto niente per aiutarlo.

Ero certo che come nell’arrampicata,

anche nella vita,

avrebbe saputo stringere la tacca più piccola per arrivare in catena.


Ciao Bruno, FBL!