2 dicembre 2009

ARMENIA. PERCHE' ARMENIA?

di Francesca Panza e Guido Callierotti







La domanda è sempre quella. Lo era prima di partire, lo è adesso, ma soprattutto, lo era mentre in Armenia c’eravamo. E questo un po’ stupisce, un po’ fa ridere e un po’ fa pensare.

Di risposte ne abbiamo date molte fin’ora e molto diverse fra loro. Fondamentalmente non c’è una vera risposta se non: perché non c’eravamo mai stati.

A dir la verità il viaggio è partito un po’ più indietro. L’aereo ci ha portato solo a Istanbul ( così doveva essere, non è che avesse finito la benzina) e da lì è stato un susseguirsi di mezzi pubblici sempre più improvvisati, pittoreschi, aleatori, inefficienti, scomodi, tipici.

Vi potremmo dire che la partenza da Istanbul sottende significati simbolici (estrema propaggine sud-orientale dell’Europa, il ponte fra due mondi, il passaggio della via della seta o dell’Orient Express ecc.) ma non è vero niente. La realtà è che ci attirava un traghetto che salpava dal Bosforo e andava fino a Trabzon, Trebisonda, a est sul mar Nero ed inoltre Istanbul è sempre affascinante. Peccato che il traghetto non c’e’ più da 3 o 4 anni, quindi al fascino di Istanbul sono seguite 19 ore consecutive di viaggio in pullman, Turco. Trabzon è una città dal nome intrigante, dalle strade intrigate e dalle origini dimenticate. Poco di antico in mezzo a case moderne e perlopiù fatiscenti, ma ha una vitalità che ci ha stupito ed ha una basilica, Aya Sophia, con degli affreschi stupendi.




Di lì in breve si arriva al confine con la Georgia, un tempo spessa barriera fra un paese della NATO e l’Unione Sovietica, oggi solo dimora di un po’ di sbirri di periferia. Uno di questi guarda il passaporto e dice “Atalanta” e tra noi pensiamo “ora sì che questa gente ha veramente conquistato la libertà!”
L’attraversamento della frontiera è comunque fisicamente provante, dopo aver sgomitato con le accanite signore georgiane e azere sotto un sole a picco, decidiamo per una pausa balneare nella St Tropez del Mar Nero. Descritta dalla guida come un ottimo biglietto da visita per la Georgia, Batumi, ci h lasciato un po’ “perplessi”, ma ancora più “perplessi” ci ha lasciato il viaggio in pulman verso la capitale: 6 ore stipati su un transit, storditi dal caldo e dalle sigarette dei vicini. Tiblisi è una piacevole sorpresa. Consigliamo a chi passi nei paraggi di fare una visita. Da qui, finalmente, raggiungiamo l’Armenia, meta del nostro viaggio… e la qualità dei mezzi di trasporto peggiora ulteriormente. Il primo taxi che prendiamo, prima di caricare i nostri zaini, toglie dal baule un quarto di mucca… al di là dei taxi (n.d.a. ci si muove praticamente solo in taxi, tutti quelli che hanno l’auto arrotondano le entrate in questo modo. Di pulman ce ne sono pochi e vanno solo verso la capitale!), il primo impatto è desolante. Sotto un cielo grigio attraversiamo paesi di edifici fatiscenti e fabbriche cadenti. Giumri, la prima città dove ci fermiamo, manifesta ancora i segni del terremoto che l’ha colpita negli anni ’80. E la ricostruzione si è fermata con la caduta dell’Unione Sovietica.
In questa città facciamo conoscenza di uno dei maggiori esponenti della pittura armena. Purtroppo nello zaino non ci sta nessun dipinto!




Appena il tempo volge al bello anche il paesaggio appare più attraente. Cominciamo a visitare i famosi monasteri nei quali si respira aria ti tempi antichi. La natura è diversa da come ci figuravamo questo paese: boschi di un verde rigoglioso, altipiani coperti di prati e solcati da profondi canyon. Dentro questi, le impervie strade danno modo ad ogni taxista di mostrarsi campione di rally (un saluto particolare va a Raman!). In questa zona (altipiano di Stephanavan), ci raccontano, si faceva formaggio svizzero che riforniva tutta l’Unione sovietica.. di tutto questo oggi rimane solo della simil feta.

Proseguiamo la nostra strada verso Dilijian, fra fantastici boschi ma sotto un’acqua battente e un vento freddo che ci trova assolutamente impreparati. Lasciamo il nord piovoso più per una svista che per una consapevole decisione.. e arriviamo a Yeganazdor. Il paesaggio cambia rapidamente, è tutto molto più arido e secco. Ai bordi delle strade bancarelle che vendono meloni, angurie e ancora meloni.







Siamo gli unici a scendere a Yeganazdor. Paesino piccolo, senza particolari bellezze ma
anche senza i casermoni a cui ci eravamo abituati. La guida ci consiglia un B&B di un armeno canadese.. viene a prenderci un’intera famiglia, peccato che del canadese non c’è ombra.. l’unico che parla un po’ di inglese è il ragazzino di 13 anni. Ci portano in una casa di campagna, tra le colline irrigate fuor dal paese, paesaggio bellissimo. Stufi di essere sempre scorrazzati in giro decidiamo per un breve trekking. La notizia sconvolge i nostri ospiti. In men che non si dica la spedizione è pronta: con noi il figlio maggiorenne con coltello da rambo, la nipote interprete, il figlio piccolo, il cugino russo e la mamma con viveri e vettovaglie. La giornata è piacevole tanto per la compagnia che per il posto. Salutiamo la family con un po’ di dispiacere e via verso il lago. Disavventura al passo, il taxista finisce il gas poco prima del colle ed eccoci legati ad un camion con un fil di ferro.

Sevan ci sembra troppo turistica per trattenerci (naturalmente parliamo di turismo armeno) e all’alba del giorno seguente partiamo per la scalata al vulcano Aragats, 4000 e passa metri.

Partenza dal famoso osservatorio dei raggi cosmici. Peccato che anche questa punta di diamante dell’era Sovietica è stata lasciata andare e la maggior parte degli edifici sono oggi diroccati.

La mattina alle 5 sveglia e con le nostre scarpette da ginnastica e felpe partiamo alla volta del cratere. Qui ci sorprende la neve e immensi geroni, ma noi impavidi puntiamo alla cima più alta, la nord. La cresta per cui abbiamo optato (di sentieri neanche traccia) si rivela essere un’ammasso di sfasciumi, ci tocca girare i tacchi poco sotto la cima, per lo meno conquistiamo la Sud!




Yerevan, la capitale è una città dal centro moderno e ripulita. Grandi viali alberati e piazze popolate. Qua finalmente qualcuno parla inglese (comunque raro). La sera, con la padrona di casa, guardiamo il telegiornale. Si parla di: monte Ararat, confini chiusi con la Turchia e gli Armeni della diaspora. Temi sempre in sottofondo per tutta la vacanza. Passiamo il nostro tempo libero fra le cartoline e i mercati di frutta fresca, secca e candita. Chiudiamo in dolcezza. Buonanotte e buona fortuna.


 

24 novembre 2009

ULTRA TRAIL DU MONT BLANC


Che cos’è l'UTMB?
Giro del Monte Bianco, 3 nazioni, 166 km,  9400 m di dislivello positivo in semiautonomia, tempo max 46 ore, max 2300 corridori ammessi alla gara…

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 Con un po’ di fierezza e molta umiltà… di Thomas Capponi

…tutto ha inizio ad Agosto 2007, quando, con il socio Ale, ci stiamo recando verso Chamonix per tentare il Bianco (tentativo poi fallito a causa del maltempo) dai Grands Mulets. Fermandoci a Courmayeur per fare colazione ho notato delle bandiere raffiguranti l’omino stilizzato, tutto affannato in un’evidente corsa, con sotto un titolo che era tutto un programma “THE NORTH FACE ULTRA TRAIL DU MONT-BLANC”. Già facevo fatica a leggerlo tutto d’un fiato, figuriamoci poi a capirne il significato…
Avendo in testa un altro obiettivo (il Bianco!) mi riprometto che appena sarei tornato a casa avrei approfondito la materia…detto, fatto! Il tempo di capire come girava il fumo (!) e a Gennaio 2008 mi trovo iscritto, non senza difficoltà (iscrizioni on-line chiuse in 10 secondi!), alla CCC: 98km da Courmayeur a Chamonix con circa 5.600 mt D+.
A quel punto dovevo preparare una tabella che mi avvicinasse il più possibile allo sforzo che avrei dovuto affrontare: per il dislivello, abitando in pianura quindi non potendo fare dislivello nel corso della settimana, ho unito la passione per lo scialpinismo con le uscite nel w/e cercando di fare più metri possibili; per la distanza, sono partito da distanze che il mio fisico conosceva già (fino a 50km), raggiungendo pian piano la soglia dei 100km, al Passatore (Firenze –Faenza).
Finalmente arriva Agosto 2008 ed il giorno prima della gara mi reco a Courmayeur con la mia famiglia: la moglie Stefy –incinta- e Gaia la prima figlia. Là ad attenderci c’erano papà Pulì e consorte Mery.
La mattina della partenza l’emozione è alta e la gara la corro “con la paura di mettere un passo davanti all’altro”, in quanto non so quello che mi aspetta… Partito da Courmayeur alle 11, arrivo a Chamonix alle 5.18 della mattina dopo. Un arrivo in sordina, con solo il babbo ad attendermi all’arrivo e gli addetti ai microchip… La soddisfazione è tantissima, non solo sono riuscito a finire la gara ma l’ho chiusa egregiamente (per i miei tempi) ed ho vissuto un’esperienza….da ripetere! Torno in Italia eccitatissimo all’idea di correre “la lunga”, 166km 9.600mt D+.
Come un anno prima mi attacco ad internet e studio bene quali sono i requisiti minimi per la partecipazione, un rapido calcolo: ci vogliono 4 punti, la CCC me ne ha dati 3, me ne manca 1!! Una delle poche gare che può darmi quel punto a stagione ormai finita, Settembre, è la Scaccabarozzi. Quindi, con nelle gambe la CCC, vado a correre questa gara.
L’inverno è dedicato al mantenimento di una certa velocità di corsa acquisita e a mettere su quanti più mt di D+ possibile, perché poi so che in primavera si ricomincia…
Così le gare si susseguono: ½ maratona di Treviglio; maratona di Verona; 50 km lungo l’adda; 100km di seregno; sentiero 4 Luglio… e l’apice pre-UTMB lo raggiungo partecipando al campionato mondiale 24h a Bergamo, dove il mio obiettivo è quello di eguagliare (o superare) il kilometraggio dei 166km che dovrò affrontare. Obiettivo raggiunto (per la cronaca: 170 km).
Gli allenamenti che mi trovo ad affrontare sono i più disparati: lunghi alla sera dopo il lavoro, ripetute alla mattina alle 6 prima di iniziare il lavoro, uscite con il frontalino in montagna dopo il lavoro, allenamenti sul tapis roulant in palestra nella pausa pranzo… cercando di rubare meno tempo possibile a famiglia e lavoro.
In men che non si dica è già Agosto ed è già ora di partire per Chamonix. Partenza h. 5 da casa per iniziare a correre alle 18.30… Anche in questa trasferta ho fortunatamente dei supporters personali: la moglie Stefy, Gaia la prima figlia, Nicolò che nel frattempo è nato…e si fa sentire, papà Paulì e Mery. La giornata che dovrebbe essere di riposo trascorre tra preparativi e burocrazie varie quindi arrivo all’ora X già stanco.
H. 18.10, non ci sono più scuse, saluto i miei familiari, sapendo che li rivedrò Champex-Lac dopo 123 km, in territorio svizzero, non prima di 24h, nascondendo gli occhi lucidi dietro gli occhiali da sole…
Il conto alla rovescia giunge e dopo il via so che sarà un’estenuante, bellissima, logorante ricerca dei miei limiti.






La partenza è uno dei momenti più belli della gara: al di là dei 2.300 corridori, ci sono due ali di folla internazionale per almeno i primi 3 km del tracciato, che ti incitano e ti urlano “Bòn Courage, Bòn Courage” (espressione che avevo già imparato l’anno prima a conoscere).
I primi km scivolano davanti, siamo tutti in fila, sorpassare o lasciar passare è difficoltoso, così ci si adatta ad un’andatura “forzata” che magari non ti appartiene.
Arriva il primo ristoro, in un paese, tutto il villaggio è in festa, tutta la gara, su tutto il percorso è vissuta come una festa, è questo il bello!
Poco dopo è tempo di tramonto, un tramonto spettacolare sui ghiacciai del Monte Bianco, che diventano tutti rosa.
La prima notte in gara è passata in modo strano: mi ricordo benissimo della fitta nebbia che non ci permetteva di vedere le balise (segnali rinfrangenti) avanti a noi, costringendoci spesso a dover tornare sui nostri passi, ne tanto meno ci permetteva di correre; ma non ricordo altrettanto bene i luoghi dove sono transitato, gli eventi vissuti e la fatica sopportata. È come se ci fosse stato un black-out.
Lo scollinamento tra la Francia e l’Italia ha portato non solo un traguardo mentale ma anche la luce del nuovo giorno, infatti proprio sulla discesa che porta in una della valli di Courmayeur, la Val Veny, ha iniziato a sorgere il sole, inondando di luce prima le alte vette, poi anche gli angoli più reconditi delle vallate. Il sole ha portato in me nuova energia e voglia di proseguire.
Giunto al primo ristoro in terra italica ho constatato che molta gente come me ha sofferto durante la notte e molti di questi non hanno proseguito.
Ancora qualche km ed ecco Courmayeur, posto a 78km, meno delle metà della corsa è punto cruciale del percorso in quanto qui sono stati trasportati dei sacchi da Chamonix per il cambio, qui si può mangiare, dormire, farsi curare, farsi massaggiare… per quanto mi riguarda opto per un cambio vestiti ed un buon pranzo (sono le 9 di mattina!) a base di pasta, formaggio, pane, mocetta, yogurt, coca cola, caffè… dopodiché riparto.
Si susseguono poi salite e discese verso il rif. Bertone, rif. Bonatti, Arnuva, Grand Col Ferret che segna lo spartiacque tra Italia e Svizzera, dopodiché una lunga discesa, che purtroppo non ho potuto correre a causa dei quadricipiti “impietriti”, porta verso il paese di La Fouly, nel Vallese. Da qui ancora un lungo tratto ci porta a Champex-Lac.
Sul percorso, prima di Champex, trovo mio papà che mi è venuto incontro, quindi condividiamo un tratto insieme fino al ristoro. Come Courmayeur, anche Champex, posto al 123° km, è un passaggio clou del percorso, infatti oltre a tutti i servizi già citati, da qui partono le ultime tre salite che sono ritenute le più dure.
Sotto il tendone ho modo di riposarmi in compagnia di tutti i familiari, di mangiare con calma e cambiarmi. A differenza di quanto consigliatomi da tutti, decido di ripartire subito senza dormire, perché ho paura che se mi addormentassi, al risveglio, non sarei più in grado di continuare.
Riparto quindi in compagnia di altri tre concorrenti, già conosciuti in altre gare, e appena dopo aver fatto i primi 50mt di dislivello della terzultima salita mi accorgo di aver fatto un grosso errore a non dormire. I colpi di sonno sono continui, pesanti e pericolosi! Visto che anche gli altri sono nelle stesse condizioni facciamo a turno a tenerci svegli. Confidiamo in un ristoro che è posto su un tratto in piano in cima alla salita, per bere del caffè. Nonostante la quantità elevata di caffeina introdotta in corpo gli effetti lasciano a desiderare e la discesa risulta davvero difficile. Decidiamo allora di sederci per 5 minuti a bordo del sentiero ed accovacciarci con la testa tra le gambe, a turno, per riposare un pò, ma i risultati sperati non arrivano. La tentazione di fermarsi a dormire è alta, ma non è possibile, sarebbe troppo pericoloso: è notte, fa freddo e il terreno è impervio. Decido allora di raggiungere il primo posto utile e di dormire un po’, non mi interessa in che condizioni, voglio solo essere al sicuro… Questo posto sembra, ed è, così distante tanto da farmi sembrare una via crucis i km che ci separano. Finalmente vediamo le luci, le case si avvicinano, giunto in prossimità di un passaggio in mezzo ad gruppo di 5-6 case mi congedo dagli altri e decido di fermarmi. Mi siedo fuori da un’abitazione, spalle al muro, testa tra le gambe e subito mi addormento. Nel frattempo mi raffreddo e mi vengono i brividi. Decido allora di approfittare di una sdraio che si trova proprio di fronte a me, fuori da un camper. Così mi siedo lì, almeno è all’asciutto e in una posizione decente. Nel torpore del dormiveglia mi accorgo che i padroni di casa, i camperisti, mi stanno (giustamente) controllando e così non mi dicono nulla. Raggiunto questo lusso mi lascio scivolare nel sonno. Sonno che viene ben presto interrotto da una sorpresa, una vera sorpresa: un volontario che si aggirava lì (erano circa le 2 di notte) mi copre con sacco a pelo, che goduria! Il tempo di riscaldarmi e di pensare che “ho già ripreso le forze” ed eccomi di nuovo in cammino, ho dormito 15 minuti in totale!
Dopo circa mezz’oretta raggiungo il ristoro di Trient e lì, dove potrei dormire, mi limito a mangiare e bere, in quanto mi sento bene, dopodiché riparto per la penultima salita. Altro gravissimo errore! Subito dopo la partenza mi accorgo di avere ancora sonno, molto sonno. Ma adesso il problema è più grave: ho sonno, sono solo e non posso permettermi di sbagliare un solo passo. Decido allora che al primo posto utile organizzo una sorta di bivacco, con il telo termico, tutti gli indumenti che ho e la tuta di carta che ho nello zaino. Sorpasso un fienile, che molto mi ha tentato, ma di cui per fortuna non ne ho approfittato. Intanto è da 48h che non dormo, inizio ad avere le allucinazioni: vedo doppio, i sassi mi sembrano persone, tende… mi ricordo dall’anno precedente che in cima alla salita, dopo un lungo tratto in falsopiano, ci dev’essere un posto di controllo: spero abbiano una tenda! Cammino lentamente, faccio dei passi e poi mi accorgo che ho gli occhi chiusi, per fortuna ho i bastoncini. Vedo la luce oltre un colletto, è il posto di controllo. Man mano mi avvicino mi accorgo che quello che desidero non c’è! Nessuna tenda, c’è solo un gazebo con il tappeto per il rilevamento del microchip ed un minuscolo fuocherello, con della legna portata da chissà dove (siamo a più 2000 mt e gli alberi non crescono). Attorno al fuoco ci sono seduti tre concorrenti ed uno è sdraiato su un fianco. Mi siedo anch’io, ho troppo sonno. Appena mi siedo i tre se ne vanno, quindi prendo il loro posto, sdraiandomi, come l’altro. Mi addormento. Un forte urlo, poco dopo, mi sveglia. È uno degli addetti al cronometraggio che mi ha dato la sveglia, non so perché, probabilmente perché non voleva che mi addormentassi a lungo, a causa del rischio di assideramento che ci può essere. Frastornato, incazzato per il trattamento, mi rimetto in piedi e riprendo in qualche modo la discesa, ho dormito sì e no 10 minuti. È una discesa orribile, interminabile, mi pare un supplizio! Intanto continuo ad avere le solite allucinazioni e i colpi di sonno, che mi rendono davvero difficile andare avanti. La tentazione di fermarsi a dormire è tanta, davvero tanta. Ma so che non posso, non devo farlo e per questo continuo, facendo un grossissimo sforzo di volontà.
Man mano che scendo inizia ad albeggiare e con la luce si illumina anche la mia mente. Da dietro sento arrivare due, dei tre, con cui avevo fatto la salita precedente, che nel frattempo si erano fermati a dormire, quindi mi aggrego nuovamente a loro e così, quasi per magia, ricomincio a correre, come se fossi fresco!
Giungiamo al ristoro di Vallorcine, prima dell’ultima salita. Mangio, bevo e riparto da solo ostinato a finire il prima possibile questa gara. Mi sento bene, il sole mi ha fatto rinascere ed è come se mi avesse annullato le fatiche fatte nelle 35h precedenti… sull’ultima salita riesco a superare una cinquantina di concorrenti, sto davvero bene! Iniza l’ultima discesa, vado bene, sono lucido ed in forma. Ancora una piccola salita prima di quello che è davvero l’ultimo ristoro e dopo del quale c’è solo ed unicamente discesa (o piano). Qui trovo mio papà, che si è fatto una bella sgambata per venirmi incontro. Quello che riesco a dirgli è unicamente “ti fa niente se vado?” e così giù a capofitto verso Chamonix, voglio poter sfruttare questo momento di euforia. Corro e corro, non mi sembra vero di avere nelle gambe 39h e poter ancora correre così. È incredibile quanto la mente umana possa fare!
Decido di godermi gli ultimi km, quel che è fatto è fatto, les jeux sont faits, rallento il ritmo, cammino un po’, entro in paese e già da lì sento venire dalle macchine che passano gli incitamenti. Bravò, bravò ricomincio a corricchiare, per me è il giro d’onore. Un anello di circa 1km nel paese è completamente presidiato dal pubblico che ti incita e tu sai che ce l’hai fatta e che è stata dura. Curva a sn, curva a dx e poi ancora curva a sn. Eccolo lo striscione, sotto cui migliaia e migliaia di appassionati di tutto il mondo desidererebbero transitare. Rallento ancora, vedo Stefy coi bambini e Mery che mi applaudono. Mi fermo, un bacio a Stefy, prendo in braccio Nicolò (Gaia si rifiuta…) e taglio il traguardo, dopo 40h e 16min. Così. Con un po’ di fierezza e molta umiltà…






7 novembre 2009

LA PRIMA SCIATA...


Breve sciata in polvere per inaugurare la nuova stagione di scialpinismo...

Piz Lagalb dal Passo Bernina

Davide, Elena e Thomas





 

1 ottobre 2009

ECUAD'OR


La sveglia suona, sono le 6 del mattino! Non pensavo che in vacanza mi sarei svegliato così presto, ancor prima dell’orario di lavoro in Italia. Ma lo faccio volentieri: oggi andiamo a San Francisco! Non siamo però in California! La comunità di San Francisco si trova in Ecuador, nella regione del Cotopaxi a circa 3200 metri di quota. Gli abitanti della comunità devono risolvere un problema fondamentale: è diminuita la portata della sorgente di acqua potabile e di conseguenza nelle case del paese ne arriva troppo poca per gli usi quotidiani. Visto che lo stato non ha i mezzi sufficienti per poterli aiutare ecco che si sono rivolti ai volontari italiani dell’operazione Mato Grosso.









Cos’è l’operazione Mato Grosso?


L'OMG è un movimento a livello nazionale rivolto soprattutto ai giovani, ai quali si propone di lavorare gratuitamente per i più poveri. Attraverso questo impegno, essi iniziano un cammino educativo che li porta a scoprire e acquisire alcuni valori fondamentali per la loro vita: la fatica, il lavoro gratuito, l'impegno sociale, la coerenza tra le parole e la vita, il gruppo, il rispetto e la collaborazione con gli altri, la sensibilità e l'attenzione ai problemi dei più poveri, il tentativo di imparare a voler bene.


La struttura del movimento si articola attorno a due dimensioni tra di loro complementari:

l'Italia,dove ci sono numerosi gruppi di ragazzi (circa 1500 tra giovani e famiglie) che si riuniscono e lavorano per raccogliere i fondi necessari al finanziamento delle attività svolte dai volontari nelle spedizioni latino-americane. Tutti i volontari offrono il loro lavoro e la loro disponibilità in forma COMPLETAMENTE GRATUITA, autofinanziandosi al fine di devolvere completamente quanto raccolto con il lavoro alle spedizioni in America Latina.

Il lavoro dei ragazzi riesce a coprire finanziariamente la maggioranza dei fabbisogni, la restante parte dei fondi viene raccolta attraverso gli aiuti delle famiglie/amici dei volontari,iniziative degli adulti rivolte a sostenere singoli progetti, offerte raccolte nelle parrocchie ecc.

Esistono lavori di gruppo svolti costantemente durante la settimana (verniciature, imbiancature, raccolte carta nei negozi, pulizia scale dei condomini, sgomberi e traslochi, pulizie e mantenimento giardini, taglio legna...) e campi di lavoro svolti nei fine settimana e durante i periodi di vacanza; i campi riuniscono giovani di gruppi diversi e i lavori sono più impegnativi (costruzione, agricoltura, gestione rifugi, grandi raccolte carta, stracci, ferro, sistemazione sentieri e baite di montagna); i campi sono occasione di confronto e di riflessione, consentono di approfondire le proprie motivazioni e di conoscere le esperienze e il lavoro missionario attraverso l'ascolto dei volontari rientrati dall'America Latina.


l'America Latina,dove ci sono numerose missioni (più di 80) nelle quali i volontari OMG (giovani, famiglie, sacerdoti) prestano servizio a favore dei poveri in zone particolarmente depresse e isolate di Brasile, Bolivia, Perù ed Ecuador. Si realizzano interventi in campo educativo (scuole agricole, scuole professionali per l'intaglio del legno, tessile, scuole per infermiere...), religioso (chiese, oratori, seminari), sanitario (ospedali, ambulatori, infermerie...), sociale (creazione di cooperative, costruzione di case, ponti, strade...). I ragazzi meritevoli, scelti tra le famiglie più bisognose, ricevono istruzione, formazione professionale, vitto e alloggio. I volontari (circa 300) prestano la loro opera in forma totalmente gratuita, senza ricevere nessun compenso economico e per tempi più o meno lunghi: si va da permanenze brevi di uno o due anni, fino a presenze stabili di dieci, venti e più anni (volontari permanenti).




Ma ritorniamo a noi… In Ecuador esistono circa 17 missioni, delle quali buona parte si trovano in un’area circoscritta vicino alla città di Pujili, nei pressi della più conosciuta Lacatunga, a due ore circa dalla città di Quito, capitale del paese. La casa campesina di Pujili rappresenta il punto di riferimento per tutte le missioni grazie alla sua posizione strategica: qui arrivano i farmaci, il materiale edile, le provviste alimentari, il legname, il ferro e tutto ciò che è necessario nelle varie missioni. Ogni giorno partono due camion diretti alle varie case dell’OMG.

E’ proprio da Pujili che partiamo per la comunità di San Francisco dove trascorriamo un’intera giornata insieme a tutti gli abitantti del paese con l’obiettivo di installare una condotta di ottocento metri da una nuova sorgente fino ad una cisterna già esistente. A cavallo arriviamo a 4200 metri di quota dove i campesinos nei giorni precedenti hanno già preparato uno scavo di 800 metri di lunghezza, 1 metro di profondità e 30 centimetri di larghezza, tutto rigorosamente a mano! Una giornata indimenticabile, fredda, ma riscaldata dalle immagini che si susseguono: madri che hanno camminato per due ore con i neonati avvolti in una coperta sulle spalle; bimbi saliti sul dorso di un lama che giocano nei prati mentre i più adulti lavorano nella costruzione della tubazione. Durante la prima parte della giornata, in realtà, sono poche le persone che lavorano in quanto è necessario innanzitutto convogliare l’acqua dalla sorgente nel primo tubo e successivamente collegare uno ad uno tutti gli altri. Ma quando finalmente il serpentone di tubi viene appoggiato nello scavo allora tutta la comunità si attiva, ed è spettacolo! Sono più di cento queste figure colorate che armate di badile riempiono lo scavo di terra: adulti, bimbi ed anziani, nessuno si risparmia alla fatica e stupisce il sorriso e le continue risate che rendono vivacissimo il lavoro di questa gente!

A fine giornata l’acqua, come per miracolo arriva nella cisterna ed il flusso aumenta in modo consistente. Questa comunità non ha nessun mezzo materiale per poter ripagare economicamente il lavoro finanziato dall’OMG ma il loro sorriso è la miglior forma di ringraziamento che ci si possa aspettare.









Trascorriamo poi alcuni giorni visitando alcune missioni situate attorno al vulcano Quilotoa percorrendo a piedi la distanza tra una casa e l’altra. I volontari italiani ci accolgono sempre con grande ospitalità e ognuno di loro ci mostra con grande umiltà le varie strutture dove vengono svolte le molteplici attività di volontariato. Solitamente la missione ha come fulcro l’abitazione dove vive la famiglia italiana che gestisce la missione stessa; vicino alla casa c’è sempre una chiesa o quantomeno una cappella; si trovano poi altre strutture quali l’asilo, la scuola, il tallier, la cooperativa dove si producono i mobili, il vetro o quella tessile. Attorno alle strutture ci sono spesso aree di verde, serre, orti e spazi per la ricreazione. In alcuni casi si tratta proprio di strutture veramente confortevoli, ospitali e soprattutto funzionali. La presenza del Mato Grosso ha come principale obiettivo quello di dare un’opportunità ai giovani di lavorare nei luoghi dove sono nati senza doversi trasferire nelle grandi città perdendo le proprie radici. L’assistenza medica, l’istruzione ed altri servizi primari sono sempre in primo piano per chi opera in questi luoghi.





Il nostro viaggio in Ecuador è stato semplicemente una vacanza, sarebbe presuntuoso affermare che abbiamo lavorato. Sicuramente questa esperienza ci ha permesso di avvicinarci maggiormente alla realtà di un paese che ha caratteristiche completamente diverse dall’Italia. A volte leggere, ascoltare e documentarsi seduti alla propria scrivania non ha niente a che fare con un’esperienza vissuta sul campo. Ecco allora che se non altro il nostro viaggio in Ecuador ci ha dato l’opportunità di confrontarci con problemi e realtà prima sconosciute, nella speranza di avere la forza, soprattutto morale, di impegnarci maggiormente in questa organizzazione di volontariato.