16 marzo 2007

MADAGASCAR




Testo e foto di Stefano Morosini

Il Madagascar è il viaggio che io e Francesca abbiamo scelto per inaugurare la nostra avventura insieme.

In questa grande isola ad est dell’Africa le differenze con il nostro piccolo mondo sono davvero tante ed erano proprio le differenze che andavamo a cercare!

Ci siamo immersi in una natura straordinaria, con specie animali e vegetali del tutto uniche, con una grande variabilità di luoghi e paesaggi. Ci siamo immersi in una povertà che i malgasci affrontano con dignità e speranza.

In pochi chilometri l’ambiente naturale cambia radicalmente, e dalla savana arida, spesso costellata di piante di baobab, è possibile ritrovarsi in una foresta tropicale, dove appesi agli alberi vivono i lemuri, mammiferi unici al mondo.

I geologi infatti stimano che 165 milioni di anni fa il Madagascar fosse connesso con il continente africano e che nei successivi 15 milioni di anni si sia distaccato, favorendo così uno sviluppo della fauna e della flora a sé stanti. In Madagascar non si trovano i grandi animali come i leoni, gli elefanti, le antilopi, presenti invece nella vicina Africa.

Non è un viaggio facile o confortevole. Per vivere pienamente il Madagascar bisogna affrontare lunghi spostamenti su strade terribilmente sconnesse, voli interni su traballanti aerei ad elica, trekking sotto il sole e il caldo umido del Tropico del Capricorno.

Ma ne vale la pena, per la ricchezza umana e naturale di quest’isola.

Le persone in gran parte vivono di quello che la natura concede loro. Si vedono bambini ovunque, fatto strano per chi è abituato alle nostre ricche città, governate e abitate da anziani.

Nella loro povertà i malgasci sono estremamente fieri e dignitosi, oltre che cordiali e disponibili.

Non vale proprio la pena di fermarsi nei villaggi turistici a nord del Madagascar: è meglio spostarsi di continuo fra le città e i numerosi parchi nazionali del paese, e magari, per recuperare le energie, la cosa ideale è catapultarsi alla fine del viaggio sulle paradisiache e intatte spiagge bianche di Anakao, ad ovest dell’isola, nel canale del Mozambico.







4 marzo 2007

CANADICE - GHIACCIATORI OROBICI IN TRASFERTA

Altri amici a spasso… E mentre in Italia appaiono con sorprendente anticipo le prime margherite, qualcuno  in Canada lotta per la sopravvivenza tra neve, ghiaccio e caribou!


Testo e foto di Lorenzo Bonzi




Dear all,

e' incredibile, ma vi sto scrivendo dall'aeroporto di Chicago dove sono in transito e dove dovrò passare le prossime 24 o più ore. Qui nevica di brutto e hanno chiuso l'aeroporto. Vi sto scrivendo dal computer di una ragazza che come me passerà la notte in aeroporto....a dire il vero lei e' andata a recuperare due brandine e io mi sto godendo il suo internet...ehhh, quando uno e' cavaliere!!!

I miei compagni di merenda sono dispersi tra Calgary e Minneapolis e ancora non ho loro notizie .......

cambio computer e cambio giorno, ora è domenica, nottata no bad sulla brandina....la ragazza Canadese se ne è andata ma ne ho conosciuta un'altra italiana, Sara, 24 anni, mummeh mummeh.....e dotata anche lei di computer....quindi continuo il mio racconto....nel frattempo i compagneros sono arrivati a Minneapolis ma anche loro saranno bloccati lì fino alle 22.

Anche la settimana era iniziata con qualche ora di ritardo.....a Calgary ci siamo ritrovati alle 2 di notte anziché alle 11 come previsto.....ma preso il nostro 4x4 (e per fortuna che era tale) siamo andati in albergo e subito alla mattina verso le Rockies.



Il tempo non è stato buono per tutta la settimana, abbiamo preso neve fino a Venerdì, un giorno spettacolare.....anzi dalle prime informazioni raccolte a Banff sembrava non avremmo potuto combinare nulla....pericolo valanghe alto su tutte le RM.....troppo rischioso attaccare le cascate sulle quali, quasi ovunque, pendono enormi canali e conche piene di neve polverosa…..e la fotografia di una valanga nelle Rockies posta all’inizio della guida riporta il sottotitolo “Attenzione, non siete nelle Orobie!!!”

Ma  continuiamo il nostro viaggio prima a Lake Louise e poi sulla Icefields parkway.....pronti a verificare con mano le condizioni.

Ice Nine è in forma e il canale sovrastante non è così male, per Le Tabernac la faccenda sembra più rischiosa....Weeping Wall e Polar Circus sono eccezionali......e anche Curtain Call, seppur abbastanza sicura, sembra confermare i giudizi trovati su internet di recenti ripetitori: la candela finale si è spaccata ed ora per passare bisogna superare un tetto netto.

Arriviamo così alla nostra base: Beauty Creek HI.....e qui troviamo la sorpresa...non saremo soli.

Io parto per Jasper per fare rifornimento di benzina, e lascio i miei soci alle faccende domestiche.....direi la scelta giusta al momento giusto!!!!

Il viaggio andata e ritorno da Jasper, ma in genere sulla Icefields parkway, è qualcosa di unico.....attraverso questa strada ricoperta di ghiaccio e neve.....immersa nella foresta e nelle poderose Rockies.....non incontro nessuno o quasi per più di 200 km!!

Al ritorno vengo introdotto ai nostri nuovi compagni......3 ragazze Canadesi in gita per il week-end: Christin, Triscia ed Alana......ed è subito welcome to Canada.....una serata a base di carne di bufalo, pesce interessante e gente di carattere.

Quando metto a letto i due pupi abbiamo deciso.......domani si prova Ice Nine.....un buon 6 per verificare le nostre condizioni.



La giornata va alla grande, e la neve e un pò di freddo non fanno altro che fare Canada ambience. Il ritorno a Beauty è triste....le nostre amiche non ci sono più....e che si fa questa sera???

La mattina nevica e portarsi alla base di Weeping Wall alla mattina presto (con la macchina) non è uno scherzo.......visibilità 20m, 20cm di neve fresca sulla strada e "Sognando California" a tutto volume....

Quando mi accorgo di aver lasciato a Beauty gli scarponi....beh, potete immaginare....ma i miei compagni non se la prendono troppo e scatta il piano alternativo....Curtain Call, vicina a Beauty....la cascata è tosta, salendo il primo tiro verticale, a colonne granigliose in mezzo alla tempesta penso che questi due sono matti e sento la nostalgia dell’ormai mio Sunshine State......ma poi capisco che c'è di peggio......Steve compie un capolavoro di tecnica e di audacia....avete capito bene, audacia.....affrontando il tetto della colonna staccata......per uscire bisogna di fatto appendersi su uno spadone che, con le sue stalattiti, guarda esattamente sulla sosta dove io e mio fratello siamo bloccati.....la tensione è alta e anche se cerca di essere delicato qualche colpo deve pur darglielo........l’idea di trovarmelo in braccio con qualche metro cubo di ghiaccio non mi piace e temo che il mio caschetto e le Abalakov di sosta non siano stati pensati per heavy duty!!! Superato il tetto c'è ancora un traverso verso sinistra strapiombante......una cosa unica, io esco distrutto, i 50m più duri che abbia mai affrontato su ghiaccio....un sesto con due duri boulders  = 7 ????

Il giorno dopo siamo sul muro azzurro ed enorme di Weeping Wall.....non arriveremo in cima perchè Curtain ci ha ammazzato e gli ultimi due tiri sono veramente tosti e cotti dal poco sole che ha fatto capolino.......per Polar il pericolo è troppo alto e me lo conferma una guida incontrata su WW...meglio stargli alla larga.....peccato perchè Polar è talmente bella che potrebbe valere il viaggio!!!

Camaleonticamente cambiamo allora i piani e puntiamo alla visita delle zone più interessanti delle Rockies....partendo da Field, il paese delle birre dove saliamo Carlsberg per passare alla Ghost Valley dove saliamo un Malignan Mashroom stracotta dal sole.....

La Ghost Valley è fuori mano e difficile da raggiungere, specie senza 4x4, ma è un posto di una bellezza unica: roccia di Tete d'Aval memoire, neve, ghaccio, foreste e grandi montagne!!!

Il sole ed il cielo azzurro è poi quello di cui avevamo bisogno per chiudere questa intensa settimana.

Siamo stati sfortunati sotto vari aspetti, uno dei Febbrai più brutti sulle Rockies, pericolo avalanches costante, Giovedì le cascate dell’icefields parkway chiuse perché troppo pericolose e ancora qui inchiodati in aeroporto per ore se non per giorni......ma alla fine abbiamo salito 5 belle e toste cascate, ci siamo divertiti e abbiamo fatto divertire.

Come dice De Gregori.....La storia siamo noi......

Ciao a tutti, a presto, sperando di lasciare questo aeroporto prima di domani, ma tutto sommato non ho fretta......vediamo un pò come si mette con la nuova compagnia che mi sono fatto qui.....

Lorenzo

7 febbraio 2007

IMPRESSIONI DAL MALI

Il viaggio continua, anche se questa volta in giro per il mondo non ero io ma un  amico. Un viaggio in Mali, uno degli Stati più poveri dell’Africa.






             Per chi, come me, non aveva mai messo piede in una città africana, Bamako non poteva non riservare che forti sorprese. Colui che cercasse una piazza, un complesso monumentale, una qualche forma urbanistica convenzionale di centro cittadino, rimarrebbe certamente deluso e disorientato: la capitale del Mali, stato sub-sahariano vasto quattro volte l’Italia e popolato da circa 11 milioni di persone, è un enorme villaggio, una distesa di bassi edifici celati nel verde degli alberi, solcato da poche strade e viali asfaltati e da un’intricata ragnatela di sterrati che danno colore e polvere a tutta la città.

Ed è proprio ai margini di queste strade polverose e follemente dissestate che vive la capitale di uno dei paesi più poveri del mondo. Irrinunciabile prolungamento delle anguste e affollate residenze familiari, le strade offrono prezioso spazio ad ogni genere di attività e di commercio, ai giochi dei bimbi e, nei giorni che precedono il 30 dicembre, la festa musulmana del Tabaski, alla dimora di migliaia di mansueti montoni, che ogni famiglia, pregustandone il succulento sacrificio, si procura in ogni modo di acquistare, in un esemplare da posteggiarsi legato all’albero o al paletto fuori casa.

L’amico Chanana mi porta in visita ad una parte della sua numerosa famiglia, nel centro della città. Uno stretto e basso portale, come una breccia nel muro screpolato sul lato della via, dà accesso al piccolo cortile cui si affacciano pochi oscuri locali.  Terminato da poco il pranzo, le bambine stanno al centro del patio con i secchi al suolo, lavando le pentole e le stoviglie d’alluminio. La nonna ci accoglie seduta sul piccolo sgabello a capo del cortile, i piedi scalzi, al suolo i semi del cocomero, la veste lunga a disegni in giallo vivo. I nipotini ci portano le seggiole e ci accomodiamo; giungono gli altri bambini che mi si fanno intorno curiosi e sorridenti, qualche saluto in francese, ma la lingua è il Bambara. La visita è breve; torniamo poco dopo a prelevare la nonna, con due nipotine e un maschietto che fanno di tutto per salire pure loro sulla jeep, e la portiamo dalla sorella, a un isolato di distanza.

Altro cortile sbrecciato, affollato di bambini, ci accomodiamo su minuscole seggioline, all’ombra, accanto al fornellino a carbonella sul quale la nipote maggiore sta tostando le arachidi zuccherate, mentre si fascia il fratellino di pochi mesi sulla schiena. Assaporiamo il dolce omaggio ed è l’ora di ripartire.

La semplicità della gente, il sorriso dei bambini, affascinano al pari dello strano paesaggio di savana e di steppa attraversato in due lunghi giorni di viaggio verso est.                    

Un’unica strada in asfalto collega i pochi centri urbani sulla direttrice del Niger: Ségou, Djenné, Mopti, Gao. E’ un lungo succedersi di piccoli villaggi di contadini e pastori, che salutano il passaggio delle rare auto. Le donne battono il miglio nei mortai, gli uomini trasportano legna, i bimbi pascolano capre e bovini tra i resti della mietitura, all’ombra imponente dei baobab. Al crepuscolo, nei pressi di San, incrociamo qualche camion pericolante carico di legname; sopra il carico, in alto, i braccianti che salutano; le famiglie in abiti sgargianti rientrano dai campi sui carretti trainati dagli asini.

Sulla strada di Hombori un velo di finissima polvere è teso nell’aria e attenua ogni contrasto di luce. Ne affiorano, in un’illusoria distanza,  le alte torri dorate della Main de Fatma e più avanti la lunga fascia granitica del Monte Hombori, con i villaggi di pastori alle pendici.

La rifrazione dei raggi solari e il vento di montagna limitano il calore del giorno; pare un crimine non trovare compagni disposti ad una via sulle torri e ripiegare sul maggiore degli innumerevoli blocchi disseminati ai loro piedi.

Ma al limitare della steppa si scorgono le dune del Sahara e tra le pietre del villaggio sbucano in un coro di grida la piccola Aisha con i fratellini e i cuginetti a mostrarci festosi e fieri le loro biro Bic a pulsante, nuove fiammanti. Le bimbe le tengono inforcate al collo della vestina impolverata, come si fa con i gioielli preziosi. A noi rimane nel cuore, incancellabile, la loro contagiosa allegria, che è forse il vero volto, il più enigmatico, di uno dei molti popoli che ancora oggi si ostinano a trarre alimento e vita dalle terre più severe del pianeta.

Testo e foto di R.M.

9 gennaio 2007

PATAGONIA - TREKKING DEL PAINE


PARCO NAZIONALE TORRI DEL PAINE - PATAGONIA CILENA


fotografie di Alex Bergamini

Novembre 2004

Puerto Natales. Assaporiamo con gusto un filetto alla griglia ed un'ottima bottiglia di vino cileno. Lo zaino è pronto e ci piace approfittare di quelle comodità che da domani, per qualche giorno, non avremo.

Il pulmino corre veloce in un paesaggio brullo, arancione, privo di segni umani ma ricco di bestiame. La pioggia cade incessante e non ci sembra vero dover cominciare la nostra avventura con queste condizioni. Speravamo nel sole ma sapevamo che sarebbe stato molto più probabile incontrare acqua e maltempo. E' una costante della Patagonia e sicuramente la vicinanza alle montagne ne accentua gli effetti.

Si comincia comunque e ben presto, nonostante la mantellina sia un pò d'impiccio, ci accorgiamo di quanto sia rigenerante camminare in un luogo così selvaggio. Sembra una contraddizione ma nonostante lo zaino pesante e la fatica  sentiamo che le batterie pian piano si ricaricano, un'energia diversa, naturale ed appagante.

Innumerevoli paesaggi con stili e caratteristiche diverse si alternano continuamente ed anche il tempo che all'inizio sembrava esserci nemico, poi dimostra di essere dalla nostra parte. Un terreno che sembra una spugna raccoglie l'acqua piovana creando un ambiente paludoso. Torrenti impetuosi solcano violentemente le valli che attraversiamo. Una volta rappresentavano un grosso problema per coloro che intendevano avventurarsi in queste zone. Oggi ci sono ponti che permettono di superare comodamente questi ostacoli, anche se spesso sono precari e consigliano di stare molto attenti. Lagune celesti ospitano rassegnate blocchi di ghiaccio che si staccano dal fronte di un maestoso ghiacciaio, un labirinto azzurro che respira e si muove costantemente.

Ogni sera montiamo la tenda lontano dai rifugi che comunque sono abbastanza rari ed essenziali sul percorso. Vogliamo gustare questo isolamento, lo cerchiamo e vogliamo goderne i suoi effetti benefici. Togliere lo zaino  è come mettere a dormire un bimbo che ha pianto e gridato tutto il giorno. Ci si rilassa e basta un pò di the caldo e del dulce de leche per essere felici e sentirsi appagati. Si passano in rassegna tutte le fotografie memorizzate durante la giornata e ci si immagina quelle che verranno. Presto vien sonno e quando la luce cala, non resta che dormire. Come un sasso ci si lascia coccolare dal calore del saccopelo.


La mattina lo zaino sembra più leggero, capita sempre così. Chiaramente è un'illusione e ben presto il peso ritorna. Ci guardiamo in giro e cerchiamo di distrarci pensando alla prossima sosta. Un po’ di succo ed un pacchetto di cracker sono un traguardo che cerchiamo ogni volta di raggiungere. La fatica però aiuta ad assaporare con un gusto diverso i luoghi che visitiamo. Abbiamo deciso di essere autonomi ma nessuno ci ha obbligato a farlo. Vogliamo imitare gli esploratori che per primi hanno attraversato questi luoghi. Sappiamo che per loro è stato diverso: i materiali, l'incognita del percorso, l'isolamento. Molto è cambiato eppure è ancora possibile respirare profumo di avventura.

Al cospetto delle famose Torri del Paine la Valle dei francesi è poco conosciuta nonostante sia davvero spettacolare. Guglie di granito e pareti vertiginose si alternano in un paesaggio mozzafiato. Un ripido sentiero permette di raggiungere questa valle isolata e selvaggia, poco frequentata dalle spedizioni alpinistiche e dai trekker.

Visto che il tempo al nostro arrivo nel parco non ce l'ha permesso abbiamo lasciato per ultima la visita alle torri del Paine, che rimangono tutt'oggi uno dei simboli della Patagonia. Un tramonto ed un'alba indimenticabili ci regalano una vista incredibile di questi giganti di granito. Mi piacerebbe mettere le mani sulla roccia, al di là del ghiacciaio che difende le pareti. Inutile dire che ci si sente piccoli ed impotenti di fronte ad una natura così grandiosa.

Ritornare alla civiltà dopo diversi giorni vissuti a contatto con la natura ti permette di apprezzare le semplici comodità di tutti i giorni: sedersi ad un tavolo a mangiare, aprire il rubinetto dell'acqua, dormire in un letto... Pare di essere più fortunati.

LA SCHEDA
TRASPORTI:  Il Parco Nazionale Torri del Paine si trova all'estremo sud del Cile. Dall'Italia si può volare su Buenos Aires e successivamente verso El Calafate (Argentina). Dopo una visita al Perito Moreno (ne vale proprio la pena anche se è spesso invaso da moltissimi turisti), in pullman si raggiunge Puerto Natales (5 ore e mezzo), piccolo paese cileno base di partenza per le escursioni nel Paine. Dalla cittadina in circa 3 ore si raggiunge il lodge che ospita l'amministrazione del Parco, proprio all'ingresso dell'area protetta. Da qui comincia il trekking vero e proprio e tutte le eventuali escursioni nella zona del Paine.




QUANDO ANDARE: Nel Paine e comunque più in generale in Patagonia è consigliabile andare durante il periodo estivo, quindi da novembre a marzo. A novembre potrebbe esserci ancora della neve lungo il percorso e a marzo potrebbero esserci le prime nevicate, ma sicuramente si incontrano pochissime persone. Naturalmente da dicembre a febbraio e' possibile incontrare un maggior numero di escursionisti in quanto rappresenta il periodo turistico in tutta la Patagonia.




COME ORGANIZZARSI: Tutto dipende da come si decide di affrontare il trekking. Appoggiandosi ai rifugi è possibile camminare con uno zaino decisamente leggero, senza tenda, materassino e cibo. E' comunque consigliabile portarsi il saccopelo.


La questione cambia se si decide di affrontare il trekking in completa autonomia. Lo zaino sarà ovviamente molto pesante. Necessaria sarà una buona tenda (potrebbe esserci vento forte e quindi è meglio che sia dotata di tiranti e resistente); un materassino ed un saccopelo che resista anche a temperature inferiori allo zero; abbigliamento per proteggersi dall'acqua e dal freddo; cibo per una settimana. Non servono scorte d'acqua in quanto è possibile trovarla in abbondanza lungo il percorso.


Glia approvvigionamenti è meglio farli a Puerto Natales anche se più piccolo e meno fornito di El Calafate. Questo perché alla frontiera con Cile potrebbero esserci problemi ad importare determinati prodotti (quali frutta, verdura e carne)




IL TREKKING: Nella guida (di recente pubblicazione, 2004) della Lonely Planet "Trekking in Patagonia" è possibile trovare informazioni dettagliate sul percorso. Comunque il circuito Torri del Paine è lungo 104,5 km suddivisi in 8 tappe che ogni trekker può gestire autonomamente. Alla fine di ogni tappa c'è un rifugio gestito dal personale del parco ma lungo il percorso ci sono altre aree dove è possibile campeggiare, talvolta dotate anche di un piccolo riparo. E' vietato e sconsigliabile dormire fuori dalle aree autorizzate (le multe dei guardiparco potrebbero essere molto salate). Dal Campamento Italiano (verso la fine del circuito) si può raggiungere in due/quatto ore (circa 6 km) di cammino la Valle dei Francesi, dove è anche possibile campeggiare. Per raggiungere invece il belvedere delle Torri del Paine occorrono circa 4/6 ore  (circa 10 km) dall'Hosteria  Las Torres che si trova all'entrata del Parco.


Buon divertimento!


Sono passati quasi due anni ma il ricordo è ancora vivo, il proiettore che ho in testa mette ancora a fuoco immagini sulle pareti del cervello. Se penso alla Patagonia un brivido di emozione mi percorre in lungo e in largo. Come tre spade le torri del Paine spuntano spavalde e coraggiose dalla pampa  e si innalzano nel cielo sfidando venti impossibili. Un trekking di oltre cento chilometri permette di avventurarsi in un area ancora incontaminata, unica e selvaggia. Il circuito "Torri del Paine", nella Patagonia cilena, è senz'altro uno dei trekking più conosciuti a livello mondiale ma non per questo perde la sua magia, la sua veste unica. Tutto dipende dallo spirito con cui lo si affronta.

30 dicembre 2006

FINISCE UN ANNO


Non sono un poeta e spesso mi manca la fantasia. Mi impegnerò comunque a trasportarvi, parola per parola, fino all’ultima riga. Eh sì! Finisce un anno! Un anno bellissimo e sono fiero, felice e personalmente entusiasta di poterlo dire. E’ vero, spesso mi lamento: che male, che freddo, che sonno… Ma in fondo, o meglio, alla fine dell’anno posso dire che niente è mancato.

L’arrampicata regala emozioni fortissime, sentire gli amici che ti incitano e scoprire che come per incanto l’appiglio minuscolo rimane incollato sulle dita. In cima ad ogni via c’è una catena, la più grossa contraddizione dell’arrampicata, che è libera e ci rende liberi. Dai pensieri, dalle preoccupazioni, dalla negatività.

Arriva la prima neve e come ogni anno ritorno ad emozionarmi. Sento la polvere che massaggia le gambe e mi impegno a mantenere quell’equilibrio che per me rimane sempre precario… Mi giro e vedo amici più lenti e stanchi, guardo in alto e i soliti allenatissimi mi fanno rabbia…


Il viaggio e la fotografia, sono l’unico rimpianto. La voglia di partire, a volte, vorrebbe sfondare con impeto la porta che racchiude sicurezza, lavoro e certezze. Inutile lamentarsi potrei essere lapidato dagli amici che mi credono sempre in giro…

Arrampicare, sciare, viaggiare, fotografare. Tutto questo “are” ha creato un equilibrio che mi permette di divertirmi e mi fa star bene. 







Un ultimo appunto. Qualcuno mi ha contestato il fatto che sul mio blog non appaiono mai fotografie dove sono ritratto ed allora voglio dare una risposta. Quella tecnica… Gli autoscatti non sono il mio forte… Quella più profonda… Preferisco mille volte pubblicare foto di amici, senza di loro questo blog non esisterebbe ed il mio visitare, arrampicare, sciare e fotografare non avrebbe senso. A tutti gli amici e a tutti coloro che mi auguro lo diventeranno nel prossimo anno auguro un 2007 ricco di neve, roccia, fatica, sudore, soddisfazioni, giuste e costruttive sconfitte, sane e gloriose vittorie!

20 novembre 2006

BOTTA E RISPOSTA CON ROBY PIANTONI E MARCO ASTORI

Con le gambe sotto al tavolo e un calice di rosso tra le mani, le parole scorrono veloci. Si chiacchiera del più e del meno, del passato, del presente e del futuro. Con Roby e Marco, due amici, non si può parlare d'intervista: si ride, si scherza; guardiamo immagini dell'Everest, del Broad Peak, delle nostre Alpi e delle montagne vicino a casa. Ho cercato d'essere più concreto e porgergli delle domande più precise ma non mi hanno preso molto sul serio... Non è stato facile ricostruire i momenti importanti del loro passato, raccogliere le loro idee e raccontare i loro progetti.

Roby Piantoni e Marco Astori organizzano diverse proiezioni sulle loro spedizioni, sicuramente un modo originale di trascorrere una serata invernale cogliendo l'occasione per conoscerli meglio. Ne vale la pena!



Roby Piantoni - Anni 29 - Residente a Colere (BG) - Guida alpina dal 2003

- Da quanti anni pratichi alpinismo e come hai cominciato?
Sono ormai 15 anni che pratico quest’attività. Sono nato in montagna e mio padre era guida alpina e maestro di sci, quindi sono sempre stato legato alle attività alpine. Quando avevo 14 anni lavoravo presso il Rifugio Albani e insieme ai miei amici e “colleghi” abbiamo arrampicato per la prima volta in una falesia vicino, il Vascello Fantasma.

- Quale è l'avventura più divertente che ti è capitata in montagna?
Spesso mi capita di divertirmi in montagna e soprattutto con alcuni amici che frequento da una vita riesco ad arrampicare ridendo e scherzando. Soprattutto con Stefano, Domenico e Matteo ogni salita è sempre una festa, si ride, ci si scherza e di solito si riesce a dare il peso giusto a quello che stiamo facendo, senza strafare o sentirsi superuomini.

- Sicuramente l'Everest rimarrà per sempre come un segno indelebile nella tua memoria. Quale altro momento ricordi con entusiasmo e soddisfazione?
Per me diventare guida alpina è stato un traguardo importante, una sfida avvincente che mi ha permesso, non senza difficoltà, di dedicarmi a tempo pieno al mondo della montagna.




- Quali sono le persone alle quali sei più riconoscente per la tua crescita alpinistica?
Renzo Carrara, storico gestore del Rifugio Albani, è stato il mio primo "maestro", con lui ho fatto le prime arrampicate che ricordo con affetto. Altro maestro è stato Domenico Belingheri che con il tempo è diventato compagno di cordata e ha condiviso con me importanti esperienze anche in alta quota. Sicuramente un punto di riferimento!

- Quali sono gli alpinisti del passato e di oggi che rappresentano l'evoluzione dell'alpinismo?                                                                                 
Indubbiamente Messner è stato un precursore nelle scalate in alta quota. Grazie a lui si è aperta una nuova era alpinistica: le cime di ottomila metri senza l'uso dell'ossigeno. Ora sappiamo che è possibile salire l'Everest senza ossigeno ma per Messner è stata davvero una grande sfida.
Tra gli alpinisti moderni credo che Dennis Urubko stia cercando di lasciare un segno nella storia dell'alpinismo a quote elevate, aprendo vie nuove sulle montagne di ottomila metri.

- Come vedi possibile un'evoluzione dell'alpinismo?                              
Dobbiamo  ritornare al passato quando era l'uomo, da solo, che saliva le montagne. Tutti cerchiamo di utilizzare materiali e tecnologie all'avanguardia ma dobbiamo riconoscere che in cima ad una montagna ci arriva l'uomo, con le sue capacità, grazie all'allenamento e alla sua determinazione.

-Parliamo di spedizioni... Come è nata l'idea di fare alpinismo in altri continenti? Come è il tuo rapporto con le culture locali? Quali sono i momenti più difficili durante una spedizione? Come è il tuo rapporto con gli sponsor?                                                                                                             
La prima spedizione l'abbiamo organizzata per commemorare la tragica spedizione al Pukairka del 1981 dove morì tra gli altri anche mio padre. Abbiamo tentato di raggiungere la cima di questa difficile montagna ma abbiamo dovuto rinunciare per le condizioni troppo pericolose. Dal Perù all'Himalaya mi sono reso conto, ogni volta di più, che una spedizione non ha come unico obiettivo quello di salire una montagna ma rimane essenziale entrare a contatto con le culture dei paesi che visitiamo. Esistono molte similitudini tra le storie che mi raccontavano da piccolo i miei nonni con le culture himalayane: il loro modo di vivere, di lavorare, di coltivare, la famiglia intorno al calore della stufa... Nei villaggi che attraversiamo spesso mi sento veramente a mio agio, mi piace il contatto con le persone del posto, non credo che la lingua sia una barriera invalicabile. Più che in Italia, quando sono in spedizione riesco a adattarmi, accontentarmi di poco ed essere felice con poco. Come dicevo prima l'alpinismo deve ritornare al passato, l'uomo dovrebbe tornare un po' animale, avere poche esigenze ed in situazioni come quelle che si vivono in alta quota, diventare più istintivo, pensare alla sopravvivenza.
Il momento più impegnativo di una spedizione non lo ritrovo quasi mai nella spedizione stessa ma piuttosto negli sforzi che compio per organizzarla. Con gli sponsor si sta instaurando un rapporto durevole e concreto ma rimane veramente un'impresa anche solo l'organizzare una spedizione, prima ancora  che tentare di raggiungere l'obiettivo prefissato.

- Progetti per il futuro?                                                                           
Continuare a vivere di montagna ed in montagna e realizzare qualcosa di "nuovo" nell'ambiente alpino.





Marco Astori - Anni 27 - Residente a Dossena (BG) - Decoratore ed alpinista


- Da quanti anni pratichi alpinismo e come hai cominciato?                          
Vado in montagna da sempre ma ho cominciato solo quattro anni fa ad arrampicare. Collaboravo già da qualche tempo come volontario nel soccorso alpino ma desideravo occuparmi anche del lato tecnico che spesso queste operazioni richiedono. La prima volta ho arrampicato con Ermes e Gabriele che tuttora sono alcuni tra i miei abituali compagni di cordata.

 - Quale è l'avventura più divertente che ti è capitata in montagna?
L'anno scorso ho salito il Cervino con gli amici di Colere. Quando eravamo in prossimità della vetta stavamo chiacchierando e scherzando a tal punto che abbiamo raggiunto la croce e siamo scesi dal versante opposto senza neanche fermarci un momento. Spesso la montagna è solo un contorno, il luogo dove si riesce veramente a star bene con le persone che ci circondano.

- Sicuramente l'Everest rimarrà per sempre come un segno indelebile nella tua memoria. Quale altri momenti ricordi con entusiasmo e soddisfazione?          
La spedizione del 2004 al Manaslu, uno dei quattordici ottomila, mi ha segnato positivamente: l'affiatamento con gli altri amici alpinisti, il primo impatto con l'alta quota e l'esperienza alpinistica sono stati fattori importanti per la mia crescita sportiva e di uomo, nonostante non avessimo raggiunto la cima.

- Quali sono le persone alle quali sei più riconoscente per la tua crescita alpinistica?                                                                                             
Melchiorre Astori mi ha accompagnato fin da giovane durante molte escursioni nelle nostre Orobie. Con Mattia Cavagna e gli altri amici legati al soccorso alpino ho cominciato ad andare in montagna più seriamente. Per ultimo, ma solo in ordine di conoscenza, devo molto all'amicizia con Roby Piantoni, un punto di riferimento per la neonata passione per l'alta quota.

- Quali sono gli alpinisti del passato e di oggi che rappresentano l'evoluzione dell'alpinismo?                                                                                               
Senza dubbio Messner ha contribuito notevolmente ad evolvere le frontiere dell'alpinismo. Ha dimostrato che grazie alla tenacia, l'allenamento ed una grande volontà, tutto è possibile.

- Come vedi possibile un'evoluzione dell'alpinismo?
Ognuno, secondo le proprie possibilità può contribuire ad un'evoluzione dell'alpinismo. La crescita deve essere prima di tutto personale, dalle Alpi fino alle vie nuove di alta difficoltà sulle grandi pareti himalayane.

- Parliamo di spedizioni... Come è nata l'idea di fare alpinismo in altri continenti? Come è il tuo rapporto con le culture locali? Quali sono i momenti più difficili durante una spedizione? Come è il tuo rapporto con gli sponsor?
Sono partito per la prima spedizione quasi per caso. Eravamo in falesia ad arrampicare e Roby Piantoni, che allora conoscevo solo di vista, ha proposto ad un amico di andare con lui al Manaslu. Mentre tornavamo a casa dopo la giornata in falesia ho detto a Mattia che forse sarebbe piaciuto anche me andare in spedizione. Roby credeva che volessi andare per fare il trekking di avvicinamento alla montagna ma alla fine ho partecipato attivamente ed insieme agli altri amici alpinisti ce l'abbiamo messa tutta in quelle sfortunate giornate di maltempo. Le culture locali mi appassionano. Durante l'ultima spedizione in Nepal mi ha impressionato come riescano a convivere induisti e buddisti senza scontrarsi come avviene in molte altre parti del mondo. In spedizione fino ad ora, fortunatamente, ci sono stati soprattutto momenti positivi e pochissime le difficoltà, a volte riconducibili a problemi fisici, che comunque sono all'ordine del giorno in un qualsiasi viaggio, ancora di più se si considera l'alta quota. Durante il trekking di avvicinamento al Broad Peak nel 2005 ho avuto problemi allo stomaco e naturalmente mi sentivo demoralizzato, ma poi sono riuscito a riprendermi e tutto è andato bene. Il mio rapporto con gli sponsor fino ad ora si basa soprattutto sull'amicizia con alcuni imprenditori che già conoscevo ed hanno fiducia in me. Mi auguro che la salita all'Everest possa contribuire a rendere più facile la strada per il futuro.



- Progetti per il futuro?                                                                                                 
Mi piacerebbe dare una scossa al mondo della montagna, soprattutto a Bergamo, dove abito. Vivere di montagna e far vivere la montagna è un impegno che con il gruppo fancymountain mi sono preso insieme ad amici ed alpinisti. Personalmente mi auguro di poter fare ancora molte esperienze alpinistiche in giro per il mondo!

12 novembre 2006

LA PRIMA VOLTA!


Non allaramatevi. Non è un racconto adolescenziale ma solo un piccolo resoconto di quattro ragazzi che mettono le mani per la prima volta sulla “madre roccia”. Ebbene si! Per Marco, Marco ancora, Gianni il giramondo e Francesca è stata la prima volta. Una domenica di sole, l’imbrago, la corda e le scarpette, una roccia invitante, del formaggio e tarallucci, tante foto e altrettante risate. Una cosa nuova. La prima volta sulla roccia. Forse, l’inizio di qualcosa!






2 novembre 2006

VERDON... PRIMO AMORE!



Facendo due calcoli mi accorgo che sono dieci anni che arrampico. Tanti luoghi, tanti ricordi ed altrettante avventure: Italia, Francia, Svizzera, Stati Uniti, Canada ... Avevo forse paura che le aspettative fossero migliori della realtà, fatto sta che il Verdon è rimasto fino a pochi giorni fa un sogno nel cassetto. Mi è sempre sembrata una meta riservata ad una elite di arrampicatori.
Ma alla fine mi sono detto "perchè no?" e insieme ad altri amici sono partito!
Vito Amigoni, profondo conoscitore delle Gorges, ci ha consigliato alcuni itinerari storici e grandiosi. Alla sera quando lo chiamavamo per raccontare la giornata trascorsa nel vuoto e dall'altra parte della cornetta si sentivano dei risolini...
I racconti degli arrampicatori che fin dagli anni ottanta frequentano il Verdon non sono solo leggende: il vuoto esiste ed insieme alla chiodatura e alla lettura della roccia rappresenta un fattore determinante della scalata.




E' paura quella che si prova gettandosi nel vuoto dal bordo delle Gorges!

E' emozionante arrampicare sulla stessa roccia dove anni fa si sono cimentati scalatori del calibro di Manolo, Edlinger, Destivelle, Lynn Hill, Dal Prà e molti altri nomi importanti.

E' buona la birra Hogarden, fresca ed appagante dopo la dura giornata in parete...

E' forte il profumo che si respira in Verdon. Non è solo il profumo della Provenza, ma è soprattutto il sapore della storia, di pagine importanti dell'arrampicata mondiale, di grandi scalatori ed epoche indimenticabili.


Anche per noi e' stato Primo Amore!

24 ottobre 2006

VOLVER - RITORNO ALLE PALE


Avevo 18 anni e scalavo da un anno. Un sabato gli amici di Verona mi proposero di andare nel Gruppo delle Pale di San Martino ad arrampicare. Non ero mai stato in Dolomiti e non immaginavo un ambiente cosi' severo e maestoso. Avevamo poca esperienza e forse eravamo anche un po' incoscienti. Anche se le difficolta' erano solo di terzo e quarto grado ricordo che mi aveva impressionato quella parete di settecento metri sopra la testa. L'arrampicata era fantastica, su roccia eccellente. Ma eravamo lenti come lumache e dormimmo sulla cima della Pala; c'era un piccolo bivacco rosso e il tramonto infuocava tutte le torri che ci circondavano. Sono stati momenti indimenticabili che hanno lasciato segni indelebili nella mia memoria.



Ci sono tornato nelle Pale. In un weekend di ottobre in compagnia di un amico. Niente corda, questa volta, solo formaggio, macchina fotografica e cavalletto. Abbiamo girovagato per un paio di giorni in un paesaggio lunare, che non ricordavo. Sono ritornato alla base di quella Pala gigantesca e ho sorriso: mi e' sembrato di udire i comandi di cordata che diversi anni fa rimbombavano tra le pareti.

Mi e' parso di fotografare il passato!



  LA SCHEDA


ITINERARI - TREKKING


ALTIPIANO DELLE PALE - Gruppo delle Pale di S.Martino - Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi


Da Fiera di Primero (a 13 Km da S. Martino di Castrozza - TN) proseguire verso il passo Cereda e seguire le indicazioni per il Rifugio Treviso. Parcheggiare in prossimita' di Malga Canali (mt 1302 - dove termina la strada asfaltata; attenzione ai divieti di sosta). Percorrere per circa un chilometro la strada sterrata per il Rifugio Treviso, quindi girare a sinistra (segnavia 711) e proseguire in direzione del passo Lede. Con un percorso molto ripido si raggiunge in circa 2/3 ore il bivacco Minanzio (mt 2250 - posizione incantevole, 12 posti letto) dove si puo' pernottare. Dal bivacco proseguire verso il Passo Lede (mt 2695, circa 1-2 ore). Dal passo si accede all'Altipiano delle Pale, dal quale si gode un'ottima vista del monte Civetta e molte altre cime famose nelle Dolomiti. Camminando lungo un sentiero pressoche' pianeggiante si costeggia prima il ghiacciaio della Fradusta, poi si transita attraverso i Passi della Fradusta (mt 2670) e di Pradidali Basso (mt 2621) fino al Rifugio Rosetta (mt 2581, dal quale si puo' scendere a S. Martino di Castrozza). Dal Rifugio si prosegue prima lungo il sentiero 702 e poi sul 715 verso il Passo Ball (mt 2443). Questo tratto e' molto panoramico, ed e' dominato dalla parete maestosa parte ovest della Pala di S.Martino. Il Passo Ball si raggiunge percorrendo una semplice e breve ferrata (2 ore dal rifugio Rosetta). Da qui il sentiero scende al Rifugio Pradidali (circa 20 minuti) da dove si prosegue perdendo velocemente dislivello verso il fondovalle (segnavia 709). Ben presto appare la spettacolare torre del Sass Maor, imponente parete di mille metri solcata da itinerari storici e moderni di ampio respiro. Seguendo le evidenti indicazioni si raggiunge nuovamente Malga Canali, punto di partenza di questo splendido itinerario escursionistico.