16 luglio 2007

CREDERCI



 Crederci è la cosa che conta più di tutte.

Un bicchiere, l’altro e le parole si incrociano senza darsi la precedenza.
Alcuni amici mi hanno convinto con i loro racconti che è importante credere in quello che facciamo.
Sembra una parodia ma a volte quando me ne dimentico e sono in difficoltà ripenso a quei racconti, storie  di tutti i giorni, fatiche di uno sport, di una passione.

Diversi chilometri a nuoto, un infinito susseguirsi di pedalate e come se non  bastasse per giungere al tramonto, 42000 metri, uno per uno. Per ogni chilometro, credere in se stessi. Credere nelle mille volte che sei uscito di casa stanco dopo una giornata di lavoro e hai cominciato a correre. Credere nelle mille volte che da casa sei andato al lavoro in bici. Credere nelle mille volte che nella pausa pranzo hai corso per raggiungere la piscina, e dopo 100 vasche, hai corso di nuovo,  per tornare al lavoro.

Freddo, levatacce e tanti, tanti metri sotto le gambe. Le pelli aiutano lo sci a non tornare indietro, ma da sole non vanno di certo avanti. Per ogni metro, credere in se stessi. Credere nelle mille volte che ti sei alzato la mattina prestissimo dopo essere andato a letto tardissimo e non per il piacere del bicchiere ma per riempire il borsellino, che da solo, quel vigliacco, non ce la fa. Credere nelle sconfitte, nei minuti di ritardo, nelle giornate no e nei problemi fisici.

Ancora una volta, dopo tanti tentativi ritornare a sfilare la corda, rimettersi le scarpette, aprire il sacchetto della magnesite, annodare la corda all’imbrago, ripensare a quella maledetta sequenza, guardare in alto e poi senza girarsi, esclamare : “Ok parto”. Centimetro dopo centimetro, credere in se stessi. Credere nelle mille volte in cui ti sei appeso a quella sbarra per alzare un corpo che se ne starebbe molto più volentieri sul divano. Credere nelle mille volte in cui eri stanchissimo ed hai cominciato comunque un allenamento. Credere nelle mille volte in cui sei caduto ed hai ricominciato tutto da capo.

Crederci è la cosa che conta più di tutte.

20 giugno 2007

SONO SOLO FORTUNATO

Roby Piantoni, insieme all'amico Marco Astori, è impegnato in Pakistan in una spedizione alpinistica con l'ambizioso obiettivo di concatenare due montagne di ottomila metri, il Gasherbrum I e II. E' stata una sorpresa aprire la posta elettronica e trovare questa "riflessione" che Roby mi ha chiesto di pubblicare sul sito.


dal Campo Base dei Gasherbrum - Pakistan - 20/06/2007 - ore 12.41

Sono solo stato fortunato.
Ogni tanto mi ubriaco. Raramente.
Spesso capita di ripensare a quel che hai fatto di buono e anche di cattivo nella tua vita. Sinceramente tendo però a ricordarmi le cose buone e intrecciare dietro a ciò che è nella memoria le cose meno belle o non molto dignitose. Nessuno è santo.
Non sono di molte parole, ma non nascondo che mi piace raccontare di quel poco che mi è capitato di fare in alta quota, perché che mi piaccia o no, è capitato che sia quello che so fare (come dice Guccini in una sua canzone).
Il mio intento, ad esempio nelle conferenze,  è quello di far capire quello che ho provato, e spiegarlo è veramente difficile, meno male che ad aiutarmi ci sono alcune immagini strappate da quei momenti difficili, freddi, ventosi, caldi, d'arsura o poco lucidi.
Sono solo stato fortunato ad aver fatto quel poco…
Ogni tanto mi ubriaco. Ma raramente.
Una delle cose per cui mi ritengo molto fortunato è di essere riuscito a scalare l’Everest senza bombole. Ho sempre pensato che questo era un grandioso gesto atletico e mentale. Ho persino pensato di essere forte. Forte! Forte?
Ogni tanto mi ubriaco.
Tutti, o quasi, nella propria vita si sono ubriacati. E’ come connettersi con l’aldilà.
Bene, prima di partire per questa spedizione (sto scrivendo dal Campo Base dei Gasherbrum) mi sono ubriacato, in una cena, fra buoni amici. Mi sembra di aver sparato non molte, ma troppe cavolate. Cavolate vere.
Ho rivissuto tutti i passi che mi hanno portato in vetta all’Everest. Sono tornato in vetta all’Everest.
La festa era finita. Ero già a letto. Abbracciato ad una persona. L’ho accompagnata con me in vetta all’Everest, senza foto, senza filmati, solo la mia voce, molto strascicata, l’odore dell’alcol dalla mia bocca, il cuscino ed il letto che ruotavano come in un vortice, abbracciavo questa persona, raccontavo tutto quel che ho visto andando verso la cima. Come uno scrittore di libri che con la sola forza della scrittura può far generare in noi emozioni, paure o persino orgasmi, anche io quella sera ho tenuto la mia migliore conferenza, senza foto, senza filmati, senza musica di sottofondo, abbracciato parlavo, commuovevo, rendevo l’idea come non mai, puzzavo di alcol.
A 8000m si vive. A 8800 no. Tutti i  passi mi sono tornati in mente: con questa posso dire di aver salito l’Everest due volte. Sapevo di alcol, piangevo ed anche la persona con cui ero abbracciato piangeva. Ho rivisto gli steep, ho rivissuto il tempo senza tempo di quelle ore. A 8800m non si affanna, non si fa fatica, il tuo corpo non ha energia a sufficienza per fare fatica, stai morendo. Ma non sono morto. Ho rivissuto tutto quella sera. I morti, vicini alla via di salita, me li ricordo bene, tutti, ma non ho voluto fotografarli. Uno a dieci metri da dove sono passato, a 8700m, supino, non si vedeva il volto, ma le mani sì, senza guanti, bianche, secche, senza carne, solo pelle e ossa, rinsecchite dai venti d’altro mondo. Sì, a 8800m si è in un altro mondo, forse nell’aldilà. Mi ricordo la pipì arancione di Marco, il mio compagno di salita, la presenza accanto a me.
L’uomo non può stare li. Non gli è concesso. Muore. Ma allora come mai io ci sono stato? Perché sono forte? Sono bravo? Sono…tutte cazz..te!
Sono solo stato fortunato.
Qualcuno mi ha permesso di andare là, nell’aldilà e di tornare. Quella sera da ubriaco ho capito: qualcuno mi ha solo permesso di transitare da vivo in una zona della terra dove si può solo morire. Non ho fatto nessuna ottima prestazione atletica, qualcuno mi ha detto: si, puoi arrivare qui, qui da Noi, puoi fotografare l’orizzonte curvo.
E’ come se tutte le montagne del mondo fossero affogate in un’atmosfera vivibile, ma l’Everest solo l’Everest sconfina nel paradiso.
Non ci si può sentire forti a 8000m, e non ci si può sentire vivi a 8800m. Ero perfettamente cosciente, ma in paradiso. Ogni tanto mi ubriaco, e l’ultima volta ho capito: sono solo stato fortunato, non forte, fortunato. Non sono un santo e a 8000m sono debole.

11 giugno 2007

ARRAMPICATA SPORTIVA - UN GIOCO PER TUTTI

Qui di seguito troverete l’articolo, curato da DavizPhoto,  pubblicato sul numero di Maggio di Prealpi Orobiche, quotidiano dedicato agli sport legati al mondo della montagna nelle valli lombarde.





ARRAMPICATA SPORTIVA
Un gioco per tutti
Conoscere se stessi attraverso percorsi verticali

Molti collegano alla parola arrampicata l’immagine del vuoto, delle vertigini e quindi del pericolo. Chi la pratica ne ha un’idea diversa. Arrampicare significa stringere un patto con la roccia, con la natura ma soprattutto mettersi alla prova, scoprire e vincere i propri limiti. Il verticale diventa così un nuovo terreno d’avventura.
Spesso alpinismo ed arrampicata sportiva vengono considerati la stessa cosa. Si tratta invece di due discipline diverse, anche se hanno molti punti in comune.
Negli anni ’70 si sviluppa nei paesi anglosassoni la filosofia del free climbing: per scalare una parete si utilizzano esclusivamente mani e piedi, senza l’aiuto degli strumenti artificiali (come delle esili scalette) che in passato permettevano il superamento dei passaggi più impegnativi. Nella nuova disciplina la corda e i chiodi sono previsti esclusivamente per assicurarsi in caso di volo. Ecco quindi che free climbing non significa “arrampicare senza corda” come ci hanno erroneamente insegnato alcune pubblicità televisive.
L'arrampicata sportiva nasce intorno ai primi anni '80, quando, contemporaneamente in diverse parti del mondo, il concetto di free climbing viene portato all'estremo da alcuni leggendari arrampicatori. La parete, prima di essere scalata, viene preventivamente attrezzata con chiodi a pressione o spit (particolari chiodi da arrampicata che garantiscono una tenuta estremamente alta in caso di volo). Così i precursori di questa disciplina limitano moltissimo il pericolo in caso di caduta e possono così dedicarsi esclusivamente alle difficoltà che la parete da scalare oppone.
Questa nuova tendenza ha fatto sì che anche le piccole pareti poste nei fondovalle (chiamate poi “falesie”) venissero valorizzate dalle nuove generazioni di arrampicatori.
L’arrampicata sportiva è uno sport molto sicuro se praticato con coscienza ed attenzione. Le regole da seguire sono poche ed è facile impararle. Ne è un chiaro esempio l’esperienza francese, dove l’arrampicata, da anni, viene insegnata nelle scuole con risultati sorprendenti sull’educazione motoria dei ragazzi. Anche in Italia qualcosa si è mosso negli ultimi anni: sono diverse le scuole dove è possibile avvicinarsi a questo sport attraverso corsi organizzati da istruttori qualificati e guide alpine.


LA PROPOSTA
Arrampicare a Castione
Il terreno di gioco alle pendici della Presolana

Ha 27 anni Vittorino quando, naso all’insù, percorre il greto del torrente lungo la suggestiva Valle dei Mulini. Da Rusio, poco sopra l’abitato di Castione della Presolana, in pochi minuti il giovane si trova sopra la testa, imponente e strapiombante, la Corna di San Peder. Un orizzonte si apre, quasi un’emozione irrefrenabile. Quello che fino a poco prima era solo un miraggio, si materializza. Vittorino sa di aver davanti a sé un tesoro; certo, qualcuno prima di lui lo aveva già scoperto ma i gioielli più belli sono ancora lì, appesi e custoditi. Era alla ricerca di un luogo simile a Cornalba, dove l’amico Bruno Tassi Càmos si stava esprimendo ai massimi livelli. Cercava una parete tutta sua per dimostrare il proprio talento, sia come chiodatore e tanto più come arrampicatore. E finalmente l’ha trovata!
Vito, così è conosciuto oggi Vittorino Amigoni, non ancora ventenne vince la “Grignetta d’oro”, riconoscimento lombardo per i promettenti giovani alpinisti. Da quel momento non si ferma più. Certo la nascita dell’arrampicata sportiva lo invoglia sempre più a cercare un terreno di gioco nuovo, a trovare nuovi stimoli, determinanti per un giovane come lui. Dopo i primi anni dedicati all’alpinismo Vito investe passione, fatiche, soldi e tanto, anzi tantissimo tempo, nella falesia più bella della Valle dei Mulini. Ogni momento libero lascia la sua casa vicino alla città per raggiungere questo grazioso paese dell’Alta Valle Seriana. E Vito si affeziona a questi luoghi: passano gli anni ma la motivazione è sempre quella ed ancora oggi non si illude che lo spazio per la sua attività possa esaurirsi. Certo l’inizio deve essere stato entusiasmante. Nel 1985 sulle pareti della Valle dei Mulini le vie attrezzate erano pochissime: c’erano solo alcuni chiodi a pressione e qualche raro spit. Vito comincia sistematicamente a chiodare l’intero settore. Ne nascono moltissimi itinerari che diventeranno famosi con il passare degli anni, attirando arrampicatori celebri da tutto il mondo. Come in altri siti, anche qui l’autore delle vie di arrampicata ne attribuisce nomi e gradi. Da Stranezze a Peter flower, da Maiali nello spazio a Capolinea, da Fenox alla Morte nera, da Party di frittelle a Rambo… Tutti nomi studiati, che ricordano a chi le ha chiodate o scalate per la prima volta un episodio particolare oppure alludono a fatti, slogan o canzoni del momento. Delusione ad esempio, non è solo il nome che Vito Amigoni ha dato ad una sua creazione, ma rappresenta innanzitutto lo stato d’animo del chiodatore che pensava di aver realizzato una via difficilissima e invece... Il nome della via diventa quindi la ciliegina sulla torta: come il pittore dà un nome all’opera che appena concluso, anche il chiodatore fa lo stesso con la via che ha appena tracciato.
A Castione della Presolana però non si arrampica solo in Valle dei Mulini. Lo sviluppo di quello che oggi è ritenuto un importante centro dell’arrampicata sportiva a livello nazionale lo si deve anche ai numerosi siti presenti nella zona e al contributo di molti altri appassionati. Tra tutti, sicuramente, una nota di merito va attribuita all’instancabile Gianni Tomasoni, che dagli anni novanta fino ad oggi ha saputo valorizzare moltissimo la zona. Anche lui comincia dalla Valle dei Mulini, scoprendo nuove pareti e chiodando itinerari per tutte le esigenze, dai più facili, adatti ai principianti, fino alle lunghezze più impegnative, adatte agli arrampicatori più esperti.
L’ultimo sforzo di Gianni è ben visibile sopra gli occhi di tutti coloro che salgono verso il  Passo della Presolana. La Corna Rossa di Bratto è un vero gioiello, una parete baciata dal sole e nello stesso tempo un balcone sulla splendida vallata di Castione. Da non perdere.


LA SCHEDA

Di seguito troverete alcune idee che potrebbero contribuire a rendere piacevole il vostro soggiorno nella località di Castione della Presolana. Per raggiungerla da Bergamo occorre seguire le indicazioni per la Valle Seriana e, superato il paese di Clusone, proseguire verso il Passo della Presolana. Castione offre diverse possibilità di soggiorno. Moltissimi sono gli alberghi e le abitazioni in affitto ed altrettanti sono i bar, i ristoranti e i negozi.
Per chi volesse abbinare ad una giornata in falesia un’arrampicata più lunga su una grande parete non abbia paura, c’è pane per i suoi denti. Il Pizzo della Presolana offre soluzioni per ogni genere di alpinista. La parete sud, che si raggiunge dal Passo della Presolana, è ricca di itinerari di diverse difficoltà in un ambiente affascinante e solare. La parete nord, che si raggiunge da Colere, offre invece vie più lunghe ed impegnative. La sua esposizione permette di frequentarla soprattutto d’estate, mentre sulla parete sud è possibile arrampicare anche nelle giornate di sole durante l’inverno.
Naturalmente arrampicare è solo una delle tante attività che si possono praticare a Castione. Senza dover raggiungere per forza la vetta del Pizzo della Presolana potrete sicuramente conoscere le montagne della zona camminando lungo i sentieri che attraversano boschi, raggiungono malghe tra i pascoli alpini, costeggiano torrenti. Diverse sono anche le strade forestali o i sentieri destinati alle biciclette che offrono percorsi di diverse lunghezze e difficoltà. Castione e l’intero comprensorio della Presolana è molto conosciuta anche per le attività invernali che si possono praticare. A pochi chilometri si trova la località sciistica di Monte Pora dove è possibile sciare in pista, fare snowboard e pattinaggio sul ghiaccio. In tutta la zona è inoltre possibile praticare lo scialpinismo, in un ambiente unico e suggestivo.


VALLE DEI MULINI – SETTORE “CORNA DI SAN PEDER”

ACCESSO:  da Castione della Presolana (BG) seguire le indicazioni per la frazione Rusio lasciando l’auto presso l’evidente parcheggio. Da qui si prosegue a piedi seguendo la strada forestale che costeggia il torrente per circa cinquecento metri. A questo punto un sentiero sulla destra entra nella Valle dei Mulini e già da subito sono evidenti le pareti. Superate le falesie di Giambi e la Palestra Rossa si arriva sotto l’evidente Corna di San Peder, stupenda placca di calcare solcata da striature azzurre e rosse. Attraversato il ponticello in cemento si giunge in breve alla base della parete. (10 minuti dal parcheggio).
ESPOSIZIONE: Sud/Est: Si arrampica al mattino d’inverno e al pomeriggio d’estate
TIPO DI ARRAMPICATA: placca strapiombante di continuità che alterna sequenze tecniche a movimenti fisici e di forza
CHIODATURA: ottima a spit inox o fittoni resinati
DIFFICOLTA’: Circa 30 vie tra il 6a e l’8b
LE VIE CONSIGLIATE:
 Maiali nello spazio  6c+
 Peter flower  6c+
 Profumo  7b
 Fenox   7c
 Depende   8a

CORNA ROSSA DI BRATTO

ACCESSO: dopo il semaforo di Bratto (2 km dopo Castione in direzione del Passo della Presolana) proseguire e girare alla prima svolta sulla sinistra, in direzione della Chiesa. Imboccare quindi in successione via Cadorna, via Toti e via Coste, dove si parcheggia. Poco prima del parcheggio una strada a fondo chiuso permette di accedere al sentiero che sale alla parete. Inizialmente si segue una breve mulattiera e quando il sentiero diventa pianeggiante si prosegue prima a sinistra, quindi si svolta a destra puntando verso la falesia. In breve si raggiunge prima la piccola parete della Corna Margina (diverse vie molto belle su roccia fantastica); continuando verso sinistra si raggiunge l’imponente parete della Corna Rossa.
ESPOSIZIONE: Sud: si arrampica soprattutto d’inverno e nelle mezze stagioni
TIPO DI ARRAMPICATA: placca verticale a gocce molto tecnica e di dita
CHIODATURA: ottima a spit inox o fittoni resinati
DIFFICOLTA’: Più di 20 vie tra il 6a+  e il 7c
LE VIE CONSIGLIATE: tutte le vie sono straordinarie per la qualità della roccia e per il tipo di arrampicata. Totoga Seriano è sicuramente il top della falesia: una salita entusiasmante di 7c che si sviluppa su una liscissima placca appoggiata.


NOTA: E’ possibile trovare tutte le informazioni necessarie sulla guida “Arrampicate sportive tra Bergamo e Brescia” edita da Versante Sud nella collana Luoghi Verticali. Yuri Parimbelli sta curando la nuova edizione che dovrebbe essere pubblicata nei primi mesi del 2008.

7 maggio 2007

QUARANTOTTO PUNTE



Se ne va e non so nemmeno come sia successo. Gli amici non sono ancora tornati per raccontare. Non mi fido del Bugiardino. E poi cosa conta. Cosa importa sapere? Ognuno lo può immaginare. Dodici punte faticano per superare e farsi superare da altre dodici. Poi una sosta. Chi parte per primo adesso? Dai, andate voi, noi riposiamo ancora un istante! Ed ecco che pian piano, come già molte altre volte era accaduto, il cerchio sembra chiudersi, ed invece? Invece cosa? Ma proprio adesso che potevano riposarsi? Sì, proprio ora quelle maledette dodici punte si mettono a litigare con le altre dodici? E non c’è più niente da fare... Già altre volte era capitato, ma questa volta nessuno le ferma!

Li conoscevo poco quei due puntini neri, ma dal racconto di amici, dai loro sguardi e da ciò che da sempre ho letto su di loro, mi sono costruito un immagine positiva, umile e sincera che desidero conservare intatta. E allora per una volta voglio pensare che ci sia un dopo. E continuo ad immaginare. Una cresta si perde nella nebbia ma non è poi così difficile seguirla. Basta andar dritti, non scendere né a destra né a sinistra. Questa volta le ventiquattro punte scherzano tra loro, si sorpassano e si fanno sorpassare cordialmente. In poco tempo eccole arrivare sulla cima. Le nebbie si diradano e le ventiquattro punte incontrano altre ventiquattro punte. Si conoscono, si abbracciano e non perdono tempo. Riprendono il cammino che avevano cominciato insieme.

11 aprile 2007

PORTFOLIO

Cavedine - Trento

Burro - Bergamo

Falesia di Cavedine - Trento

Cervo - Imperia

Piazza "Bomba" - Brescia

Passeggiata di Nervi - Genova

16 marzo 2007

MADAGASCAR




Testo e foto di Stefano Morosini

Il Madagascar è il viaggio che io e Francesca abbiamo scelto per inaugurare la nostra avventura insieme.

In questa grande isola ad est dell’Africa le differenze con il nostro piccolo mondo sono davvero tante ed erano proprio le differenze che andavamo a cercare!

Ci siamo immersi in una natura straordinaria, con specie animali e vegetali del tutto uniche, con una grande variabilità di luoghi e paesaggi. Ci siamo immersi in una povertà che i malgasci affrontano con dignità e speranza.

In pochi chilometri l’ambiente naturale cambia radicalmente, e dalla savana arida, spesso costellata di piante di baobab, è possibile ritrovarsi in una foresta tropicale, dove appesi agli alberi vivono i lemuri, mammiferi unici al mondo.

I geologi infatti stimano che 165 milioni di anni fa il Madagascar fosse connesso con il continente africano e che nei successivi 15 milioni di anni si sia distaccato, favorendo così uno sviluppo della fauna e della flora a sé stanti. In Madagascar non si trovano i grandi animali come i leoni, gli elefanti, le antilopi, presenti invece nella vicina Africa.

Non è un viaggio facile o confortevole. Per vivere pienamente il Madagascar bisogna affrontare lunghi spostamenti su strade terribilmente sconnesse, voli interni su traballanti aerei ad elica, trekking sotto il sole e il caldo umido del Tropico del Capricorno.

Ma ne vale la pena, per la ricchezza umana e naturale di quest’isola.

Le persone in gran parte vivono di quello che la natura concede loro. Si vedono bambini ovunque, fatto strano per chi è abituato alle nostre ricche città, governate e abitate da anziani.

Nella loro povertà i malgasci sono estremamente fieri e dignitosi, oltre che cordiali e disponibili.

Non vale proprio la pena di fermarsi nei villaggi turistici a nord del Madagascar: è meglio spostarsi di continuo fra le città e i numerosi parchi nazionali del paese, e magari, per recuperare le energie, la cosa ideale è catapultarsi alla fine del viaggio sulle paradisiache e intatte spiagge bianche di Anakao, ad ovest dell’isola, nel canale del Mozambico.







4 marzo 2007

CANADICE - GHIACCIATORI OROBICI IN TRASFERTA

Altri amici a spasso… E mentre in Italia appaiono con sorprendente anticipo le prime margherite, qualcuno  in Canada lotta per la sopravvivenza tra neve, ghiaccio e caribou!


Testo e foto di Lorenzo Bonzi




Dear all,

e' incredibile, ma vi sto scrivendo dall'aeroporto di Chicago dove sono in transito e dove dovrò passare le prossime 24 o più ore. Qui nevica di brutto e hanno chiuso l'aeroporto. Vi sto scrivendo dal computer di una ragazza che come me passerà la notte in aeroporto....a dire il vero lei e' andata a recuperare due brandine e io mi sto godendo il suo internet...ehhh, quando uno e' cavaliere!!!

I miei compagni di merenda sono dispersi tra Calgary e Minneapolis e ancora non ho loro notizie .......

cambio computer e cambio giorno, ora è domenica, nottata no bad sulla brandina....la ragazza Canadese se ne è andata ma ne ho conosciuta un'altra italiana, Sara, 24 anni, mummeh mummeh.....e dotata anche lei di computer....quindi continuo il mio racconto....nel frattempo i compagneros sono arrivati a Minneapolis ma anche loro saranno bloccati lì fino alle 22.

Anche la settimana era iniziata con qualche ora di ritardo.....a Calgary ci siamo ritrovati alle 2 di notte anziché alle 11 come previsto.....ma preso il nostro 4x4 (e per fortuna che era tale) siamo andati in albergo e subito alla mattina verso le Rockies.



Il tempo non è stato buono per tutta la settimana, abbiamo preso neve fino a Venerdì, un giorno spettacolare.....anzi dalle prime informazioni raccolte a Banff sembrava non avremmo potuto combinare nulla....pericolo valanghe alto su tutte le RM.....troppo rischioso attaccare le cascate sulle quali, quasi ovunque, pendono enormi canali e conche piene di neve polverosa…..e la fotografia di una valanga nelle Rockies posta all’inizio della guida riporta il sottotitolo “Attenzione, non siete nelle Orobie!!!”

Ma  continuiamo il nostro viaggio prima a Lake Louise e poi sulla Icefields parkway.....pronti a verificare con mano le condizioni.

Ice Nine è in forma e il canale sovrastante non è così male, per Le Tabernac la faccenda sembra più rischiosa....Weeping Wall e Polar Circus sono eccezionali......e anche Curtain Call, seppur abbastanza sicura, sembra confermare i giudizi trovati su internet di recenti ripetitori: la candela finale si è spaccata ed ora per passare bisogna superare un tetto netto.

Arriviamo così alla nostra base: Beauty Creek HI.....e qui troviamo la sorpresa...non saremo soli.

Io parto per Jasper per fare rifornimento di benzina, e lascio i miei soci alle faccende domestiche.....direi la scelta giusta al momento giusto!!!!

Il viaggio andata e ritorno da Jasper, ma in genere sulla Icefields parkway, è qualcosa di unico.....attraverso questa strada ricoperta di ghiaccio e neve.....immersa nella foresta e nelle poderose Rockies.....non incontro nessuno o quasi per più di 200 km!!

Al ritorno vengo introdotto ai nostri nuovi compagni......3 ragazze Canadesi in gita per il week-end: Christin, Triscia ed Alana......ed è subito welcome to Canada.....una serata a base di carne di bufalo, pesce interessante e gente di carattere.

Quando metto a letto i due pupi abbiamo deciso.......domani si prova Ice Nine.....un buon 6 per verificare le nostre condizioni.



La giornata va alla grande, e la neve e un pò di freddo non fanno altro che fare Canada ambience. Il ritorno a Beauty è triste....le nostre amiche non ci sono più....e che si fa questa sera???

La mattina nevica e portarsi alla base di Weeping Wall alla mattina presto (con la macchina) non è uno scherzo.......visibilità 20m, 20cm di neve fresca sulla strada e "Sognando California" a tutto volume....

Quando mi accorgo di aver lasciato a Beauty gli scarponi....beh, potete immaginare....ma i miei compagni non se la prendono troppo e scatta il piano alternativo....Curtain Call, vicina a Beauty....la cascata è tosta, salendo il primo tiro verticale, a colonne granigliose in mezzo alla tempesta penso che questi due sono matti e sento la nostalgia dell’ormai mio Sunshine State......ma poi capisco che c'è di peggio......Steve compie un capolavoro di tecnica e di audacia....avete capito bene, audacia.....affrontando il tetto della colonna staccata......per uscire bisogna di fatto appendersi su uno spadone che, con le sue stalattiti, guarda esattamente sulla sosta dove io e mio fratello siamo bloccati.....la tensione è alta e anche se cerca di essere delicato qualche colpo deve pur darglielo........l’idea di trovarmelo in braccio con qualche metro cubo di ghiaccio non mi piace e temo che il mio caschetto e le Abalakov di sosta non siano stati pensati per heavy duty!!! Superato il tetto c'è ancora un traverso verso sinistra strapiombante......una cosa unica, io esco distrutto, i 50m più duri che abbia mai affrontato su ghiaccio....un sesto con due duri boulders  = 7 ????

Il giorno dopo siamo sul muro azzurro ed enorme di Weeping Wall.....non arriveremo in cima perchè Curtain ci ha ammazzato e gli ultimi due tiri sono veramente tosti e cotti dal poco sole che ha fatto capolino.......per Polar il pericolo è troppo alto e me lo conferma una guida incontrata su WW...meglio stargli alla larga.....peccato perchè Polar è talmente bella che potrebbe valere il viaggio!!!

Camaleonticamente cambiamo allora i piani e puntiamo alla visita delle zone più interessanti delle Rockies....partendo da Field, il paese delle birre dove saliamo Carlsberg per passare alla Ghost Valley dove saliamo un Malignan Mashroom stracotta dal sole.....

La Ghost Valley è fuori mano e difficile da raggiungere, specie senza 4x4, ma è un posto di una bellezza unica: roccia di Tete d'Aval memoire, neve, ghaccio, foreste e grandi montagne!!!

Il sole ed il cielo azzurro è poi quello di cui avevamo bisogno per chiudere questa intensa settimana.

Siamo stati sfortunati sotto vari aspetti, uno dei Febbrai più brutti sulle Rockies, pericolo avalanches costante, Giovedì le cascate dell’icefields parkway chiuse perché troppo pericolose e ancora qui inchiodati in aeroporto per ore se non per giorni......ma alla fine abbiamo salito 5 belle e toste cascate, ci siamo divertiti e abbiamo fatto divertire.

Come dice De Gregori.....La storia siamo noi......

Ciao a tutti, a presto, sperando di lasciare questo aeroporto prima di domani, ma tutto sommato non ho fretta......vediamo un pò come si mette con la nuova compagnia che mi sono fatto qui.....

Lorenzo

7 febbraio 2007

IMPRESSIONI DAL MALI

Il viaggio continua, anche se questa volta in giro per il mondo non ero io ma un  amico. Un viaggio in Mali, uno degli Stati più poveri dell’Africa.






             Per chi, come me, non aveva mai messo piede in una città africana, Bamako non poteva non riservare che forti sorprese. Colui che cercasse una piazza, un complesso monumentale, una qualche forma urbanistica convenzionale di centro cittadino, rimarrebbe certamente deluso e disorientato: la capitale del Mali, stato sub-sahariano vasto quattro volte l’Italia e popolato da circa 11 milioni di persone, è un enorme villaggio, una distesa di bassi edifici celati nel verde degli alberi, solcato da poche strade e viali asfaltati e da un’intricata ragnatela di sterrati che danno colore e polvere a tutta la città.

Ed è proprio ai margini di queste strade polverose e follemente dissestate che vive la capitale di uno dei paesi più poveri del mondo. Irrinunciabile prolungamento delle anguste e affollate residenze familiari, le strade offrono prezioso spazio ad ogni genere di attività e di commercio, ai giochi dei bimbi e, nei giorni che precedono il 30 dicembre, la festa musulmana del Tabaski, alla dimora di migliaia di mansueti montoni, che ogni famiglia, pregustandone il succulento sacrificio, si procura in ogni modo di acquistare, in un esemplare da posteggiarsi legato all’albero o al paletto fuori casa.

L’amico Chanana mi porta in visita ad una parte della sua numerosa famiglia, nel centro della città. Uno stretto e basso portale, come una breccia nel muro screpolato sul lato della via, dà accesso al piccolo cortile cui si affacciano pochi oscuri locali.  Terminato da poco il pranzo, le bambine stanno al centro del patio con i secchi al suolo, lavando le pentole e le stoviglie d’alluminio. La nonna ci accoglie seduta sul piccolo sgabello a capo del cortile, i piedi scalzi, al suolo i semi del cocomero, la veste lunga a disegni in giallo vivo. I nipotini ci portano le seggiole e ci accomodiamo; giungono gli altri bambini che mi si fanno intorno curiosi e sorridenti, qualche saluto in francese, ma la lingua è il Bambara. La visita è breve; torniamo poco dopo a prelevare la nonna, con due nipotine e un maschietto che fanno di tutto per salire pure loro sulla jeep, e la portiamo dalla sorella, a un isolato di distanza.

Altro cortile sbrecciato, affollato di bambini, ci accomodiamo su minuscole seggioline, all’ombra, accanto al fornellino a carbonella sul quale la nipote maggiore sta tostando le arachidi zuccherate, mentre si fascia il fratellino di pochi mesi sulla schiena. Assaporiamo il dolce omaggio ed è l’ora di ripartire.

La semplicità della gente, il sorriso dei bambini, affascinano al pari dello strano paesaggio di savana e di steppa attraversato in due lunghi giorni di viaggio verso est.                    

Un’unica strada in asfalto collega i pochi centri urbani sulla direttrice del Niger: Ségou, Djenné, Mopti, Gao. E’ un lungo succedersi di piccoli villaggi di contadini e pastori, che salutano il passaggio delle rare auto. Le donne battono il miglio nei mortai, gli uomini trasportano legna, i bimbi pascolano capre e bovini tra i resti della mietitura, all’ombra imponente dei baobab. Al crepuscolo, nei pressi di San, incrociamo qualche camion pericolante carico di legname; sopra il carico, in alto, i braccianti che salutano; le famiglie in abiti sgargianti rientrano dai campi sui carretti trainati dagli asini.

Sulla strada di Hombori un velo di finissima polvere è teso nell’aria e attenua ogni contrasto di luce. Ne affiorano, in un’illusoria distanza,  le alte torri dorate della Main de Fatma e più avanti la lunga fascia granitica del Monte Hombori, con i villaggi di pastori alle pendici.

La rifrazione dei raggi solari e il vento di montagna limitano il calore del giorno; pare un crimine non trovare compagni disposti ad una via sulle torri e ripiegare sul maggiore degli innumerevoli blocchi disseminati ai loro piedi.

Ma al limitare della steppa si scorgono le dune del Sahara e tra le pietre del villaggio sbucano in un coro di grida la piccola Aisha con i fratellini e i cuginetti a mostrarci festosi e fieri le loro biro Bic a pulsante, nuove fiammanti. Le bimbe le tengono inforcate al collo della vestina impolverata, come si fa con i gioielli preziosi. A noi rimane nel cuore, incancellabile, la loro contagiosa allegria, che è forse il vero volto, il più enigmatico, di uno dei molti popoli che ancora oggi si ostinano a trarre alimento e vita dalle terre più severe del pianeta.

Testo e foto di R.M.

9 gennaio 2007

PATAGONIA - TREKKING DEL PAINE


PARCO NAZIONALE TORRI DEL PAINE - PATAGONIA CILENA


fotografie di Alex Bergamini

Novembre 2004

Puerto Natales. Assaporiamo con gusto un filetto alla griglia ed un'ottima bottiglia di vino cileno. Lo zaino è pronto e ci piace approfittare di quelle comodità che da domani, per qualche giorno, non avremo.

Il pulmino corre veloce in un paesaggio brullo, arancione, privo di segni umani ma ricco di bestiame. La pioggia cade incessante e non ci sembra vero dover cominciare la nostra avventura con queste condizioni. Speravamo nel sole ma sapevamo che sarebbe stato molto più probabile incontrare acqua e maltempo. E' una costante della Patagonia e sicuramente la vicinanza alle montagne ne accentua gli effetti.

Si comincia comunque e ben presto, nonostante la mantellina sia un pò d'impiccio, ci accorgiamo di quanto sia rigenerante camminare in un luogo così selvaggio. Sembra una contraddizione ma nonostante lo zaino pesante e la fatica  sentiamo che le batterie pian piano si ricaricano, un'energia diversa, naturale ed appagante.

Innumerevoli paesaggi con stili e caratteristiche diverse si alternano continuamente ed anche il tempo che all'inizio sembrava esserci nemico, poi dimostra di essere dalla nostra parte. Un terreno che sembra una spugna raccoglie l'acqua piovana creando un ambiente paludoso. Torrenti impetuosi solcano violentemente le valli che attraversiamo. Una volta rappresentavano un grosso problema per coloro che intendevano avventurarsi in queste zone. Oggi ci sono ponti che permettono di superare comodamente questi ostacoli, anche se spesso sono precari e consigliano di stare molto attenti. Lagune celesti ospitano rassegnate blocchi di ghiaccio che si staccano dal fronte di un maestoso ghiacciaio, un labirinto azzurro che respira e si muove costantemente.

Ogni sera montiamo la tenda lontano dai rifugi che comunque sono abbastanza rari ed essenziali sul percorso. Vogliamo gustare questo isolamento, lo cerchiamo e vogliamo goderne i suoi effetti benefici. Togliere lo zaino  è come mettere a dormire un bimbo che ha pianto e gridato tutto il giorno. Ci si rilassa e basta un pò di the caldo e del dulce de leche per essere felici e sentirsi appagati. Si passano in rassegna tutte le fotografie memorizzate durante la giornata e ci si immagina quelle che verranno. Presto vien sonno e quando la luce cala, non resta che dormire. Come un sasso ci si lascia coccolare dal calore del saccopelo.


La mattina lo zaino sembra più leggero, capita sempre così. Chiaramente è un'illusione e ben presto il peso ritorna. Ci guardiamo in giro e cerchiamo di distrarci pensando alla prossima sosta. Un po’ di succo ed un pacchetto di cracker sono un traguardo che cerchiamo ogni volta di raggiungere. La fatica però aiuta ad assaporare con un gusto diverso i luoghi che visitiamo. Abbiamo deciso di essere autonomi ma nessuno ci ha obbligato a farlo. Vogliamo imitare gli esploratori che per primi hanno attraversato questi luoghi. Sappiamo che per loro è stato diverso: i materiali, l'incognita del percorso, l'isolamento. Molto è cambiato eppure è ancora possibile respirare profumo di avventura.

Al cospetto delle famose Torri del Paine la Valle dei francesi è poco conosciuta nonostante sia davvero spettacolare. Guglie di granito e pareti vertiginose si alternano in un paesaggio mozzafiato. Un ripido sentiero permette di raggiungere questa valle isolata e selvaggia, poco frequentata dalle spedizioni alpinistiche e dai trekker.

Visto che il tempo al nostro arrivo nel parco non ce l'ha permesso abbiamo lasciato per ultima la visita alle torri del Paine, che rimangono tutt'oggi uno dei simboli della Patagonia. Un tramonto ed un'alba indimenticabili ci regalano una vista incredibile di questi giganti di granito. Mi piacerebbe mettere le mani sulla roccia, al di là del ghiacciaio che difende le pareti. Inutile dire che ci si sente piccoli ed impotenti di fronte ad una natura così grandiosa.

Ritornare alla civiltà dopo diversi giorni vissuti a contatto con la natura ti permette di apprezzare le semplici comodità di tutti i giorni: sedersi ad un tavolo a mangiare, aprire il rubinetto dell'acqua, dormire in un letto... Pare di essere più fortunati.

LA SCHEDA
TRASPORTI:  Il Parco Nazionale Torri del Paine si trova all'estremo sud del Cile. Dall'Italia si può volare su Buenos Aires e successivamente verso El Calafate (Argentina). Dopo una visita al Perito Moreno (ne vale proprio la pena anche se è spesso invaso da moltissimi turisti), in pullman si raggiunge Puerto Natales (5 ore e mezzo), piccolo paese cileno base di partenza per le escursioni nel Paine. Dalla cittadina in circa 3 ore si raggiunge il lodge che ospita l'amministrazione del Parco, proprio all'ingresso dell'area protetta. Da qui comincia il trekking vero e proprio e tutte le eventuali escursioni nella zona del Paine.




QUANDO ANDARE: Nel Paine e comunque più in generale in Patagonia è consigliabile andare durante il periodo estivo, quindi da novembre a marzo. A novembre potrebbe esserci ancora della neve lungo il percorso e a marzo potrebbero esserci le prime nevicate, ma sicuramente si incontrano pochissime persone. Naturalmente da dicembre a febbraio e' possibile incontrare un maggior numero di escursionisti in quanto rappresenta il periodo turistico in tutta la Patagonia.




COME ORGANIZZARSI: Tutto dipende da come si decide di affrontare il trekking. Appoggiandosi ai rifugi è possibile camminare con uno zaino decisamente leggero, senza tenda, materassino e cibo. E' comunque consigliabile portarsi il saccopelo.


La questione cambia se si decide di affrontare il trekking in completa autonomia. Lo zaino sarà ovviamente molto pesante. Necessaria sarà una buona tenda (potrebbe esserci vento forte e quindi è meglio che sia dotata di tiranti e resistente); un materassino ed un saccopelo che resista anche a temperature inferiori allo zero; abbigliamento per proteggersi dall'acqua e dal freddo; cibo per una settimana. Non servono scorte d'acqua in quanto è possibile trovarla in abbondanza lungo il percorso.


Glia approvvigionamenti è meglio farli a Puerto Natales anche se più piccolo e meno fornito di El Calafate. Questo perché alla frontiera con Cile potrebbero esserci problemi ad importare determinati prodotti (quali frutta, verdura e carne)




IL TREKKING: Nella guida (di recente pubblicazione, 2004) della Lonely Planet "Trekking in Patagonia" è possibile trovare informazioni dettagliate sul percorso. Comunque il circuito Torri del Paine è lungo 104,5 km suddivisi in 8 tappe che ogni trekker può gestire autonomamente. Alla fine di ogni tappa c'è un rifugio gestito dal personale del parco ma lungo il percorso ci sono altre aree dove è possibile campeggiare, talvolta dotate anche di un piccolo riparo. E' vietato e sconsigliabile dormire fuori dalle aree autorizzate (le multe dei guardiparco potrebbero essere molto salate). Dal Campamento Italiano (verso la fine del circuito) si può raggiungere in due/quatto ore (circa 6 km) di cammino la Valle dei Francesi, dove è anche possibile campeggiare. Per raggiungere invece il belvedere delle Torri del Paine occorrono circa 4/6 ore  (circa 10 km) dall'Hosteria  Las Torres che si trova all'entrata del Parco.


Buon divertimento!


Sono passati quasi due anni ma il ricordo è ancora vivo, il proiettore che ho in testa mette ancora a fuoco immagini sulle pareti del cervello. Se penso alla Patagonia un brivido di emozione mi percorre in lungo e in largo. Come tre spade le torri del Paine spuntano spavalde e coraggiose dalla pampa  e si innalzano nel cielo sfidando venti impossibili. Un trekking di oltre cento chilometri permette di avventurarsi in un area ancora incontaminata, unica e selvaggia. Il circuito "Torri del Paine", nella Patagonia cilena, è senz'altro uno dei trekking più conosciuti a livello mondiale ma non per questo perde la sua magia, la sua veste unica. Tutto dipende dallo spirito con cui lo si affronta.

30 dicembre 2006

FINISCE UN ANNO


Non sono un poeta e spesso mi manca la fantasia. Mi impegnerò comunque a trasportarvi, parola per parola, fino all’ultima riga. Eh sì! Finisce un anno! Un anno bellissimo e sono fiero, felice e personalmente entusiasta di poterlo dire. E’ vero, spesso mi lamento: che male, che freddo, che sonno… Ma in fondo, o meglio, alla fine dell’anno posso dire che niente è mancato.

L’arrampicata regala emozioni fortissime, sentire gli amici che ti incitano e scoprire che come per incanto l’appiglio minuscolo rimane incollato sulle dita. In cima ad ogni via c’è una catena, la più grossa contraddizione dell’arrampicata, che è libera e ci rende liberi. Dai pensieri, dalle preoccupazioni, dalla negatività.

Arriva la prima neve e come ogni anno ritorno ad emozionarmi. Sento la polvere che massaggia le gambe e mi impegno a mantenere quell’equilibrio che per me rimane sempre precario… Mi giro e vedo amici più lenti e stanchi, guardo in alto e i soliti allenatissimi mi fanno rabbia…


Il viaggio e la fotografia, sono l’unico rimpianto. La voglia di partire, a volte, vorrebbe sfondare con impeto la porta che racchiude sicurezza, lavoro e certezze. Inutile lamentarsi potrei essere lapidato dagli amici che mi credono sempre in giro…

Arrampicare, sciare, viaggiare, fotografare. Tutto questo “are” ha creato un equilibrio che mi permette di divertirmi e mi fa star bene. 







Un ultimo appunto. Qualcuno mi ha contestato il fatto che sul mio blog non appaiono mai fotografie dove sono ritratto ed allora voglio dare una risposta. Quella tecnica… Gli autoscatti non sono il mio forte… Quella più profonda… Preferisco mille volte pubblicare foto di amici, senza di loro questo blog non esisterebbe ed il mio visitare, arrampicare, sciare e fotografare non avrebbe senso. A tutti gli amici e a tutti coloro che mi auguro lo diventeranno nel prossimo anno auguro un 2007 ricco di neve, roccia, fatica, sudore, soddisfazioni, giuste e costruttive sconfitte, sane e gloriose vittorie!

20 novembre 2006

BOTTA E RISPOSTA CON ROBY PIANTONI E MARCO ASTORI

Con le gambe sotto al tavolo e un calice di rosso tra le mani, le parole scorrono veloci. Si chiacchiera del più e del meno, del passato, del presente e del futuro. Con Roby e Marco, due amici, non si può parlare d'intervista: si ride, si scherza; guardiamo immagini dell'Everest, del Broad Peak, delle nostre Alpi e delle montagne vicino a casa. Ho cercato d'essere più concreto e porgergli delle domande più precise ma non mi hanno preso molto sul serio... Non è stato facile ricostruire i momenti importanti del loro passato, raccogliere le loro idee e raccontare i loro progetti.

Roby Piantoni e Marco Astori organizzano diverse proiezioni sulle loro spedizioni, sicuramente un modo originale di trascorrere una serata invernale cogliendo l'occasione per conoscerli meglio. Ne vale la pena!



Roby Piantoni - Anni 29 - Residente a Colere (BG) - Guida alpina dal 2003

- Da quanti anni pratichi alpinismo e come hai cominciato?
Sono ormai 15 anni che pratico quest’attività. Sono nato in montagna e mio padre era guida alpina e maestro di sci, quindi sono sempre stato legato alle attività alpine. Quando avevo 14 anni lavoravo presso il Rifugio Albani e insieme ai miei amici e “colleghi” abbiamo arrampicato per la prima volta in una falesia vicino, il Vascello Fantasma.

- Quale è l'avventura più divertente che ti è capitata in montagna?
Spesso mi capita di divertirmi in montagna e soprattutto con alcuni amici che frequento da una vita riesco ad arrampicare ridendo e scherzando. Soprattutto con Stefano, Domenico e Matteo ogni salita è sempre una festa, si ride, ci si scherza e di solito si riesce a dare il peso giusto a quello che stiamo facendo, senza strafare o sentirsi superuomini.

- Sicuramente l'Everest rimarrà per sempre come un segno indelebile nella tua memoria. Quale altro momento ricordi con entusiasmo e soddisfazione?
Per me diventare guida alpina è stato un traguardo importante, una sfida avvincente che mi ha permesso, non senza difficoltà, di dedicarmi a tempo pieno al mondo della montagna.




- Quali sono le persone alle quali sei più riconoscente per la tua crescita alpinistica?
Renzo Carrara, storico gestore del Rifugio Albani, è stato il mio primo "maestro", con lui ho fatto le prime arrampicate che ricordo con affetto. Altro maestro è stato Domenico Belingheri che con il tempo è diventato compagno di cordata e ha condiviso con me importanti esperienze anche in alta quota. Sicuramente un punto di riferimento!

- Quali sono gli alpinisti del passato e di oggi che rappresentano l'evoluzione dell'alpinismo?                                                                                 
Indubbiamente Messner è stato un precursore nelle scalate in alta quota. Grazie a lui si è aperta una nuova era alpinistica: le cime di ottomila metri senza l'uso dell'ossigeno. Ora sappiamo che è possibile salire l'Everest senza ossigeno ma per Messner è stata davvero una grande sfida.
Tra gli alpinisti moderni credo che Dennis Urubko stia cercando di lasciare un segno nella storia dell'alpinismo a quote elevate, aprendo vie nuove sulle montagne di ottomila metri.

- Come vedi possibile un'evoluzione dell'alpinismo?                              
Dobbiamo  ritornare al passato quando era l'uomo, da solo, che saliva le montagne. Tutti cerchiamo di utilizzare materiali e tecnologie all'avanguardia ma dobbiamo riconoscere che in cima ad una montagna ci arriva l'uomo, con le sue capacità, grazie all'allenamento e alla sua determinazione.

-Parliamo di spedizioni... Come è nata l'idea di fare alpinismo in altri continenti? Come è il tuo rapporto con le culture locali? Quali sono i momenti più difficili durante una spedizione? Come è il tuo rapporto con gli sponsor?                                                                                                             
La prima spedizione l'abbiamo organizzata per commemorare la tragica spedizione al Pukairka del 1981 dove morì tra gli altri anche mio padre. Abbiamo tentato di raggiungere la cima di questa difficile montagna ma abbiamo dovuto rinunciare per le condizioni troppo pericolose. Dal Perù all'Himalaya mi sono reso conto, ogni volta di più, che una spedizione non ha come unico obiettivo quello di salire una montagna ma rimane essenziale entrare a contatto con le culture dei paesi che visitiamo. Esistono molte similitudini tra le storie che mi raccontavano da piccolo i miei nonni con le culture himalayane: il loro modo di vivere, di lavorare, di coltivare, la famiglia intorno al calore della stufa... Nei villaggi che attraversiamo spesso mi sento veramente a mio agio, mi piace il contatto con le persone del posto, non credo che la lingua sia una barriera invalicabile. Più che in Italia, quando sono in spedizione riesco a adattarmi, accontentarmi di poco ed essere felice con poco. Come dicevo prima l'alpinismo deve ritornare al passato, l'uomo dovrebbe tornare un po' animale, avere poche esigenze ed in situazioni come quelle che si vivono in alta quota, diventare più istintivo, pensare alla sopravvivenza.
Il momento più impegnativo di una spedizione non lo ritrovo quasi mai nella spedizione stessa ma piuttosto negli sforzi che compio per organizzarla. Con gli sponsor si sta instaurando un rapporto durevole e concreto ma rimane veramente un'impresa anche solo l'organizzare una spedizione, prima ancora  che tentare di raggiungere l'obiettivo prefissato.

- Progetti per il futuro?                                                                           
Continuare a vivere di montagna ed in montagna e realizzare qualcosa di "nuovo" nell'ambiente alpino.





Marco Astori - Anni 27 - Residente a Dossena (BG) - Decoratore ed alpinista


- Da quanti anni pratichi alpinismo e come hai cominciato?                          
Vado in montagna da sempre ma ho cominciato solo quattro anni fa ad arrampicare. Collaboravo già da qualche tempo come volontario nel soccorso alpino ma desideravo occuparmi anche del lato tecnico che spesso queste operazioni richiedono. La prima volta ho arrampicato con Ermes e Gabriele che tuttora sono alcuni tra i miei abituali compagni di cordata.

 - Quale è l'avventura più divertente che ti è capitata in montagna?
L'anno scorso ho salito il Cervino con gli amici di Colere. Quando eravamo in prossimità della vetta stavamo chiacchierando e scherzando a tal punto che abbiamo raggiunto la croce e siamo scesi dal versante opposto senza neanche fermarci un momento. Spesso la montagna è solo un contorno, il luogo dove si riesce veramente a star bene con le persone che ci circondano.

- Sicuramente l'Everest rimarrà per sempre come un segno indelebile nella tua memoria. Quale altri momenti ricordi con entusiasmo e soddisfazione?          
La spedizione del 2004 al Manaslu, uno dei quattordici ottomila, mi ha segnato positivamente: l'affiatamento con gli altri amici alpinisti, il primo impatto con l'alta quota e l'esperienza alpinistica sono stati fattori importanti per la mia crescita sportiva e di uomo, nonostante non avessimo raggiunto la cima.

- Quali sono le persone alle quali sei più riconoscente per la tua crescita alpinistica?                                                                                             
Melchiorre Astori mi ha accompagnato fin da giovane durante molte escursioni nelle nostre Orobie. Con Mattia Cavagna e gli altri amici legati al soccorso alpino ho cominciato ad andare in montagna più seriamente. Per ultimo, ma solo in ordine di conoscenza, devo molto all'amicizia con Roby Piantoni, un punto di riferimento per la neonata passione per l'alta quota.

- Quali sono gli alpinisti del passato e di oggi che rappresentano l'evoluzione dell'alpinismo?                                                                                               
Senza dubbio Messner ha contribuito notevolmente ad evolvere le frontiere dell'alpinismo. Ha dimostrato che grazie alla tenacia, l'allenamento ed una grande volontà, tutto è possibile.

- Come vedi possibile un'evoluzione dell'alpinismo?
Ognuno, secondo le proprie possibilità può contribuire ad un'evoluzione dell'alpinismo. La crescita deve essere prima di tutto personale, dalle Alpi fino alle vie nuove di alta difficoltà sulle grandi pareti himalayane.

- Parliamo di spedizioni... Come è nata l'idea di fare alpinismo in altri continenti? Come è il tuo rapporto con le culture locali? Quali sono i momenti più difficili durante una spedizione? Come è il tuo rapporto con gli sponsor?
Sono partito per la prima spedizione quasi per caso. Eravamo in falesia ad arrampicare e Roby Piantoni, che allora conoscevo solo di vista, ha proposto ad un amico di andare con lui al Manaslu. Mentre tornavamo a casa dopo la giornata in falesia ho detto a Mattia che forse sarebbe piaciuto anche me andare in spedizione. Roby credeva che volessi andare per fare il trekking di avvicinamento alla montagna ma alla fine ho partecipato attivamente ed insieme agli altri amici alpinisti ce l'abbiamo messa tutta in quelle sfortunate giornate di maltempo. Le culture locali mi appassionano. Durante l'ultima spedizione in Nepal mi ha impressionato come riescano a convivere induisti e buddisti senza scontrarsi come avviene in molte altre parti del mondo. In spedizione fino ad ora, fortunatamente, ci sono stati soprattutto momenti positivi e pochissime le difficoltà, a volte riconducibili a problemi fisici, che comunque sono all'ordine del giorno in un qualsiasi viaggio, ancora di più se si considera l'alta quota. Durante il trekking di avvicinamento al Broad Peak nel 2005 ho avuto problemi allo stomaco e naturalmente mi sentivo demoralizzato, ma poi sono riuscito a riprendermi e tutto è andato bene. Il mio rapporto con gli sponsor fino ad ora si basa soprattutto sull'amicizia con alcuni imprenditori che già conoscevo ed hanno fiducia in me. Mi auguro che la salita all'Everest possa contribuire a rendere più facile la strada per il futuro.



- Progetti per il futuro?                                                                                                 
Mi piacerebbe dare una scossa al mondo della montagna, soprattutto a Bergamo, dove abito. Vivere di montagna e far vivere la montagna è un impegno che con il gruppo fancymountain mi sono preso insieme ad amici ed alpinisti. Personalmente mi auguro di poter fare ancora molte esperienze alpinistiche in giro per il mondo!